Il volto di mio marito
di Fariba Vafi
traduzione di Matilde Magosso e Luca Zandri
Il titolo del racconto è “Il volto di mio marito” (in persiano Cehre-ye showharam). L’autriceè Fariba Vafi, scrittrice iraniana nata nel 1963. “Il volto di mio marito” è tratto dalla raccoltadi racconti Hattā vaqti mikhandidim (“persino quando ridevamo”), pubblicata nel 1999da Nashr-e Markaz, casa editrice con sede a Teheran. L’edizione in persiano che abbiamousato è del 2006.
Il racconto, molto breve, è incentrato su una donna che aspetta che suo marito torni da unlungo viaggio di lavoro. Nell’attesa, i ricordi del marito sbiadiscono e le sue foto e i suoivestiti emanano un senso di vuoto e smarrimento. La donna cerca di afferrare l’immaginedel volto del marito ma ogni volta è come se subito dopo svanisse. Persino i luoghi in cuihanno abitato insieme appaiono come spazi estranei. Le brevi conversazioni che hanno altelefono sono piatte e fredde. Quando lui torna, alla fine del racconto, la donna lo osservaimbambolata come si osserva un estraneo. Un senso di vuoto, legato alla perdita deiricordi e della memoria, aleggia come una cappa di nebbia su tutto il racconto.
Lo stile asciutto, minimalista, essenziale di Fariba Vafi si ritrova in questo racconto chescava, come è solita fare l’autrice, nelle dinamiche psicologiche dei suoi personaggi,soprattutto femminili. Qui, però, non c’è la sottile ironia che alleggerisce le difficoltà delvivere quotidiano in “Come un uccello in volo”, uno dei suoi più celebri romanzi tradotto initaliano e uscito nel 2010 per i tipi di Ponte33. In “Il volto di mio marito” il peso delpassato, il silenzio e il senso di vuoto prendono il sopravvento e non lasciano possibilitàdi riscatto.
Il permesso di riproduzione del seguente racconto è stato gentilmente concesso dall’Autrice.
Ho dimenticato il volto di mio marito. Metto le sue foto di fronte a me. Sono degli estranei. Uno ha i baffi e l’altro non li ha. Uno ha i capelli pettinati all’insù, un altro ha il colletto del giubbotto alzato. Nessuno di loro è lui. Le notti in cui mi addormento presto forse lo vedo in sogno, ma poi non me lo ricordo. Riordino l’armadio con i suoi vestiti. Passo la mano sulla giacca che indossava anni fa e osservo il segno del pugno che ha lasciato sul muro.
Vado a casa della madre di mio marito. Mi parla della sua pressione sanguigna e delle superstizioni del vicino, ma non dice niente di suo figlio. Con la scusa di cercare un calzino di mia figlia giro per la casa, ma è lui che sto cercando. Niente emana il suo odore. Vado nella stanza sull’altro lato del cortile. Io e mio marito abbiamo vissuto in quel piccolo spazio, ma niente mi ricorda lui. La sua foto da militare è ancora appesa al muro e così anche il suo diploma con la cornice rotta. Torno a casa con mia figlia.
Mia figlia non gli assomiglia, ha occhi grandi e ciglia curve. Mio marito ha occhi piccoli e il suo sguardo si fissa sospettoso sulle persone. Mi sono fermata a fissare i fiori della coperta e per un attimo trattengo lo sguardo di mio marito, ma ogni cosa subito se ne va dalla mia mente e di nuovo non ricordo più nulla.
Mio marito mi manda sue foto recenti. È accovacciato in mezzo a un grande parco. La luce forte del sole gli sbiadisce il viso. In un’altra foto è con un uomo e una donna bassi, con gli occhi a mandorla. In mezzo a quei due lui emerge come una colonna. Ha la testa rivolta verso l’alto e sta ridendo: no, non ride, ha solo le labbra aperte e si vedono i denti. Lo guardo per ore.
“Ho ancora molto lavoro prima di tornare”.
Ho la testa incollata alla cabina telefonica.
“Ho comprato delle belle cose. Di sicuro ti piaceranno”.
La voce si spegne.
“Perché taci?”
“Dì tu. Parla.”
La sua voce svanisce e io non ricordo più niente.
Lui torna. Ho pulito tutto. Tutti lo stanno aspettando a casa nostra dalla sera prima. Lui arriva fra il buio e la luce del mattino. Sua madre è seduta accanto a lui con il chador da preghiera. Mio marito racconta dei posti in cui è andato. A volte parlano tutti insieme. La sala è piena di gente. Verso il tè per tutti e porto i minuscoli dolcetti che ha portato dal viaggio. Entro nella sala e subito ne esco. Lo guardo dalla piccola finestra della cucina. Ha la barba corta, i capelli sono unti e la bocca si apre e si chiude velocemente. La sua voce è più forte di tutte le altre.
“Perché te ne stai lì imbambolata? Siediti vicino a tuo marito!”.
Mi siedo di fronte a lui, lo ascolto e lo osservo.
