In an Open Boat

Su una barca scoperta

di William Clark Russel

traduzione di Sara Simioli


William Clark Russell (1844 1911) fu uno scrittore inglese, noto ai suoi tempi per una copiosa produzione letteraria di argomento nautico. Nelle sue opere fece uso di un lessico tecnico straordinariamente ampio, derivatogli dall’esperienza acquisita servendo nell’equipaggio della marina mercantile britannica per otto anni. Si batté per migliorare le condizioni di lavoro dei marinai mercantili, assicurandosi l’approvazione da parte del Parlamento di riforme contro il loro sfruttamento.

Coniugando lattività giornalistica alla pubblicazione di racconti e romanzi, scrisse articoli di argomento marinaresco per alcuni importanti giornali dell’epoca, tra cui il Daily Telegraph, tuttora attivo.

Il racconto In an open boat fu pubblicato per la prima volta nella raccolta Round the Galley Fire a Londra nel 1883.

La sua produzione è completamente inedita in italiano.

Il seguente racconto rientra nel pubblico dominio; nessun diritto morale è stato violato nella sua riproduzione.


La solitudine può assumere diverse forme: è Selkirk intrappolato su un’isola, con nient’altro che le onde che si infrangono sulla battigia a disturbare la tranquillità impressionante; è l’alpinista che ha smarrito il cammino e deve passare la lunga notte immerso nel silenzio terrificante di colline torreggianti e valli oscure; oppure è la solitudine descritta da Byron, quella di un uomo che si sente solo tra la folla.

Ma quale solitudine può competere con quella avvertita da dei naufraghi su una piccola barca scoperta, circondati da un’infinita distesa d’acqua e senza alcuna speranza di sopravvivere se non quella che una nave di passaggio potrebbe portare? Non è trascorsa la prima ora, tantomeno il primo giorno; l’agonia di una tale prova risiede nel graduale sragionare della mente causato da sterili aspettative; l’illusione di bianche spalliere di nubi somiglianti a velieri che indugiano un momento sull’orizzonte prima di scomparire al di là di esso; lo sforzo della vista dolorante contro la linea del mare spietata, vacua; il senso di morte imminente, sebbene centinaia di morti saranno già state sofferte prima ancora che i sofferenti vengano stretti dalla morsa dello scheletro.

Nessun tipo di angoscia umana è più terribile e nessuna storia cattura di più l’immaginazione di quelle che si rapportano con essa. Generazioni hanno rabbrividito e rabbrividiranno ancora davanti alla grandiosa e commovente descrizione del “Don Giovanni. La zattera della Medusa è un orrore immortale.

I racconti che nei registri marittimi sono al contempo i più affascinanti e deprimenti sono sempre quelli che riguardano le sofferenze di esseri umani alla deriva su una piccola barca scoperta in mezzo a un grande oceano. L’abisso è immutabile nella miseria in cui opera. Le nostre navi sono di ferro; si muovono nel mare calmo con una forza inarrestabile, più veloci di quanto le spingerebbe uno spiro di vento; sono di proporzioni colossali, tanto che potrebbero issare i “grandi vascelli” dei nostri antenati sulla fiancata e tenerli sulle slitte come tengono le loro scialuppe. Tuttavia i marinai ora sopportano le stesse sofferenze vissute da coloro che li hanno preceduti, ai tempi in cui un vascello da trenta tonnellate era ritenuto abbastanza grande non solo per raggiungere il Passaggio a nord-ovest, ma per solcare oceani inesplorati oltre i continenti.

Una volta ho sentito una storia che sembrava più adatta alle labbra di un “antico marinaro”, come quello di Coleridge, che alla bocca di un marinaio qualunque che vive nell’epoca in cui si attraversa l’Atlantico in otto giorni, e in cui il Capo di Buona Speranza è stato quasi vinto da uno stretto corso d’acqua lungo cento miglia di sabbia. Ascoltarla mi riportò con l’immaginazione all’epoca della nave Thomas di Liverpool, il pacchebotto Lady Hobart, la nave Yankee Peggy, la Prince della Compagnia francese delle Indie Orientali, e non so quante altre vecchie imbarcazioni che secoli or sono divennero navi fantasma, destinate a naufragare ancora e ancora sugli oscuri e silenziosi oceani della tradizione.

«Il mio nome» cominciò il mio informatore «è William Pearce. Mi sono servito del mare per oltre ventott’anni, ho salpato con tutti i tipi di nave e ricoperto ogni tipo di carica: marinaio apprendista, marinaio ordinario, velaio, sottufficiale di coperta; ho solcato l’Atlantico diciassette volte e ho fatto otto volte il giro del mondo; sono naufragato tre volte, rimasto altrettanto fuoribordo per sette ore di buio, recuperato all’alba con la testa in un salvagente; conosco piuttosto bene il tempo migliore e peggiore da trovare in mare, e sono pertanto in grado di prestare il mio giuramento su questo: tra tutti i lavori sporchi che ho fatto o che ho mai sentito di altri marinai, non c’è niente che batta le sofferenze che noi uomini della scuna Richard Warbrick dovemmo sopportare quando l’affondamento dell’imbarcazione ci costrinse a prendere la scialuppa».

«La scuna salpò da Runcorn con un carico di carbone per Plymouth. Aveva vent’anni e pesava un filo sopra lecento tonnellate. L’equipaggio contava cinque persone, e non accadde nulla di particolare finché non ci trovammo a fianco del Canale di Bristol, quando si sollevò una burrasca di vento da est. Non c’è bisogno di descriverla; era di tipo comune, zeppa di umido, e il mare era troppo grosso per un’imbarcazione di cento tonnellate praticamente tutta piena di carbone e con vent’anni d’uso pesante in carena. Comunque, ci facemmo strada nella burrasca e in altre due o tre che immediatamente seguirono, finché una mattina ci trovammo da qualche parte tra le Isole Scilly e la costa della Cornovaglia. Era scuro, denso, soffiava e pioveva a dirotto , il mare era mosso e si gelava come può figurarsi che fosse, visto che era gennaio e non si vedeva nulla più in là di un mezzo miglio. Il vento era da nord-est, e procedevamo lentamente con vele molto piccole quando, essendo andato a dormire visto che era il mio turno di riposo e stavo cadendo tra le braccia di Morfeo, fui svegliato da un forte grido proveniente dal ponte e da uno schianto tremendo.

Mi tirai in piedi il più velocemente possibile e trovai che la scuna affondava e gli uomini gettavano in mare l’unica scialuppa che avevamo. Non c’era tempo per le domande. Potevo sentire l’imbarcazione abbassarsi sotto i miei piedi, proprio come fossi dentro a del fango morbido e sentissi di sprofondarci dento. Il mare si riversava sul ponte e cresceva sempre di più man mano che le murate scendevano in basso. Non si vedeva nient’altro che acqua bianca sulla prua di dritta nessuna roccia, nulla che emergesse dalla schiuma; non volevo che nessuno mi dicesse che avevamo urtato contro la scogliera delle Seven Stones. Non c’era più tempo: dovevamo gettare in mare la scialuppa e salirci sopra. Daly fu l’ultimo a salire e non appena fu a bordo, la scuna scomparve lontano dalla vista, andò a fondo all’improvviso come un piombo da scandaglio, togliendomi il fiato.

«Non c’è peggior sensazione di quella che un uomo prova quando cerca la nave che è stato costretto ad abbandonare e la trova inghiottita dal mare. L’oceano non è mai così vasto. Tutto il mondo sembra essere fatto di sola acqua. I marinai sono una categoria di uomini poco portata a parlare, e quando scampano a mestieri simili, non ne dicono quasi mai niente, così le persone pensano che siano uomini insensibili, o che le loro sofferenze non siano quanto si potrebbe supporre. Se le persone che la pensano così fossero state insieme a noi su quella scialuppa avrebbero cambiato subito d’opinione. L’imprevedibilità del disastro eravamo un momento al sicuro e quello dopo sbattuti in mare in una barchetta, la scuna ormai andata, non restava nulla tranne la barca in cui eravamo, non un boccone di cibo e neanche un sorso d’acqua, il vento che soffiava congelandoci gli occhi, tutti noi fradici fino alle ossa, trascinati verso l’Atlantico ci fece perdere i sensi per un po’. Seduti, ci tenevamo saldamente, lo sguardo fisso come istupiditi. Il capitano fu il primo a riprendersi.

«“Un brutto affare; è un brutto affare, signori” gridò molte volte, e poi disse “è inutile farla andare troppo veloce, non dobbiamo lasciare che l’oceano ce la porti via”. Tirammo i due remi alla corda di ormeggio e li gettammo in mare, portando la prua controvento e rallentando, ma per questo a ogni ora venivamo portati sempre più verso il mare aperto, lontano dalle Isole Scilly e dalla costa della Cornovaglia, che era la nostra occasione migliore: così tutta la speranza rimastaci la riponemmo nel venir recuperati da un’imbarcazione di passaggio. Tuttavia, non esiste un mese peggiore di gennaio per una situazione del genere. Quanto tempo ci avrebbero concesso il freddo e il vento? Eravamo molto a nord della rotta, in una parte del mare da cui ogni imbarcazione è costretta a tenere una certa distanza. Come ho detto, era così nebbioso che non si vedeva nulla a mezzo miglio di distanza, e anche se fosse diventato limpido aprendosi l’orizzonte, così che le imbarcazioni potessero avere una visuale completa dei dintorni, la domanda era: dove ci saremmo ritrovati quando il tempo si fosse fatto bello?».

«Diversamente da molte persone che hanno dovuto attraversare simili spaventosi disastri, le nostre sofferenze cominciarono nel momento in cui saltammo nella scialuppa. Alle latitudini più basse in cui sia mai stato, mai provai tanto freddo. Se l’acqua fosse stata dolce, i nostri vestiti bagnati si sarebbero coperti di strati di ghiaccio. L’aria era piena di spruzzi e bufere di nevischio giungevano a folate. Eravamo seduti sul fondo della barca, ammassati, per mantenerla stabile e per fare da riparo a ognuno di noi, quelli che erano esposti al vento cioè nella parte anteriore si spostavano di tanto in tanto e altri prendevano il loro posto. Non avevamo né albero né vela, nient’altro che i due remi che adoperavamo. Era lunedì e per tutto il giorno sedemmo con lo sguardo sopra le falchette, cercando di perforare la foschia in cerca di un’imbarcazione. Soffiava mezza burrasca di vento, rimanendo costante. Ogni tanto entrava un po’ d’acqua e la riversavamo in mare con i nostri cappelli; tuttavia, ci lasciava i piedi bagnati e ritengo che fosse peggio di stare senza stivali. La barca procedeva bene e i remi, fungendo da una specie di frangiflutti, la aiutavano. Dopo le quattro del pomeriggio calò la notte. Mai fummo capaci di abituarci al buio: di giorno era già abbastanza dura, ma la notte rendeva le nostre sofferenze esasperanti. Il vento, quando il mare era nero, prendeva la consistenza del ghiaccio solido; non riuscivamo a vederci l’un l’altro, non aveva senso quindi parlare, così non parlammo affatto e tutti ebbero la sensazione di essere uomini soli per mare. Similmente il rumore dell’acqua sembrava più forte. Di giorno non me ne rendevo conto, ma di notte mi sorprendevo ad ascoltare il sibilo del vento nell’oscurità e lo sciabordio delle onde che si levava in tutto l’oceano».

«Non so cosa fecero i miei compagni, ma quella prima notte io non chiusi occhio, non ci provai nemmeno , non pensai al sonno. Vidi l’alba, ma la foschia era troppo fitta per far sì che la luce si mostrasse all’orizzonte. Era sopra e intorno a noi quando arrivò il mattino. Non c’era l’oscurità che ci si aspetta di trovare a ovest all’alba. In effetti, credo che il sole fosse già alto sopra il mare prima che la luce spuntasse, tanto la foschia era fitta. Tutti erano svegli, atterriti come lo ero io. Uno di loro si chiamava Burke. Non appena lo vidi pensai stesse morendo. Giaceva di traverso con la schiena appoggiata contro il lato di dritta della barca e c’era uno strano operare nelle sue dita, come il movimento di mani di una donna che divide una matassa di filo».

«Il capitano disse: “Per l’amor di Dio guardatevi intorno, uomini, vedete se c’è qualcosa in vista”».

«Il mare si alzò e stare in piedi si fece pericoloso per chiunque di noi, per paura di rovesciare la barca; così ci aggrappammo al bordo dell’imbarcazione, col mento alla sua altezza, scrutando con tutta la nostra forza il movimento opprimente dell’acqua, ma non c’era niente da vedere se non il mare che si infrangeva quando venivamo sollevati e l’acqua che si ergeva come un muro da entrambi i lati quando scivolavamo nel ventre delle onde. A un tratto Burke si alzò e iniziò a gridare per chiedere un sorso d’acqua. Parlava come se credesse lo avessimo e non glielo volessimo dare, e questo fu il primo segno della sua follia. Il capitano cercò di calmarlo parlandogli molto gentilmente e cercando di tirargli su il morale».

«“Abbiamo superato un giorno e una notte” disse. “Tieni duro, potremmo imbatterci in una nave da mille tonnellate prima che faccia buio ancora”».

«Ma Burke continuava a gridare chiedendo acqua, dicendo che ne aveva disperatamente bisogno, indicandosi la gola; e poi, accasciandosi a terra, immerse il viso nell’acqua salata sul fondo della barca e bevve a grandi sorsi. Beh, sembrava non nuocergli e rimase tranquillo. Poco dopo scorsi qualcosa che si muoveva nel mare a poche leghe dietro di noi e richiamai l’attenzione del capitano. Disse che era uno dei barili di burro a bordo della scuna, quindi tirammo su i remi per piegarci e prenderlo. Lo rompemmo e mangiammo il burro a manciate, impazziti dalla fame; ma era salato come la salamoia e l’effetto fu di farci avere più sete. Burke, girandosi improvvisamente, afferrò il coltello che avevamo usato per aprire il barile, finito sul fondo della barca, scattò su e saltò addosso al capitano. Lo colpì una volta, ma il coltello non trafisse la spessa giacca indossata da quest’ultimo e, prima che potesse alzare la mano ancora, lo trascinammo giù e ci inginocchiammo sopra di lui».

«In tutto quel tempo tremendo non vi fu momento peggiore di questo. Il viso del pazzo era terribile a vedersi, quasi nero, era. Mordeva l’aria alla rinfusa, e le sue grida e bestemmie erano cose che mi fanno sudare solo a parlarne. Pensi un po’ alla nostra situazione: pazzi di sete e alle prese con un pazzo, un vento mortale da nord‑est, pungente come la lama di un coltello sui nostri corpi freddi, il mare che accresceva e ruggiva intorno a noi; e a separarci dal fondo, solo la nostra vecchia barchetta. Eravamo troppo deboli e troppo sofferenti per continuare a tenere fermo il pazzo e, calmatosi, lo lasciammo andare e ci accovacciammo uno vicino all’altro per scaldarci; ma appena ci allontanammo dal povero disgraziato, quello si gettò in mare. “Attenzione!” gridò il capitano “ne basta uno!” temendo che, se tutti ci fossimo spostati sul lato da cui Burke era saltato, la barca si sarebbe inclinata. Io ero il più vicino e quando si avvicinò, mi sporsi e lo presi per i capelli, riportandolo a bordo. Era quasi morto e non ci diede più problemi».

«Bene, senta qui: la notte calò una seconda volta, trovandoci vivi, ma senza l’aspetto di viventi. Presi la certezza che non avrei più visto un’altra alba. Non avevo una sete così acuta come prima, ma non so se il noioso pulsare della mia gola, la sensazione di avere la bocca bloccata, come di tetano, e il bruciore della mia lingua come se fosse un pezzo di ferro rovente, fossero più tormentosi rispetto a quando il bisogno di bere era più feroce. Per tutta la notte soffiò un vento forte, con ogni tanto nevischio e pioggia, e ora dopo ora due uomini, Parsons e Daly, si lamentavano sul fondo della barca. Quando la luce arrivò, guardai per vedere chi fosse vivo, e il mio sguardo cadde su Burke e gridai: “Morto!” Il capitano si chinò e lo tastò, poi disse: “Sì, se n’è andato. È il primo. Dio abbia pietà di noi!”, e afferrandomi la spalla si alzò per scrutare il mare, ma la foschia era fitta come lo era sempre stata e si gettò a terra con le mani sul viso. Ora, guardando il corpo, disse: “Dobbiamo seppellirlo; ma prima, signori miei, preghiamo per lui e per noi.” Ci inginocchiammo tutti mentre il capitano pregava e quando finimmo, sollevammo il corpo e lo gettammo in mare».

«Quando il corpo non c’era più, la follia scaturita dalla sete esplose con forza in Daly e Parsons, e caddero giù come aveva fatto Burke per leccare l’acqua salata sul fondo della barca, come cani. Il capitano li implorò di non bere ma non ascoltarono né lui né me, che pure li supplicavo. Comunque, sembrò non ne venisse alcun danno. Bene, senta qui: non vedo il motivo per cui dovrei descrivere quel mercoledì o la nostra terza notte su quella barca scoperta. Giovedì mattina segnò il quarto giorno e, per nostra gioia, il tempo si fece bello, il vento cambiò e si calmò, il mare si abbassò. Tirammo dentro i remi, usandone uno come albero, e due di noi unirono le cerate che indossavano per improvvisare una vela; dall’altro remo ricavammo un pennone mettendo la barca col vento in poppa che soffiava leggero da sud , diretti, secondo il giudizio del capitano, verso la costa irlandese. Tenemmo gli occhi aperti tutto il giorno, come si può immaginare, in caso passasse una nave; ma neanche una volta, neppure lontano lontano un oggetto simile apparve alla vista».

«Avremmo potuto veleggiare sul Pacifico. La natura in noi era quasi intorpidita. Arrivammo a un punto in cui eravamo troppo deboli ed esausti per sentire la fame e la sete; se non altro io, ed è così che mi spiego il fatto di aver sofferto di meno alla fine che all’inizio del periodo terribile che abbiamo passato. Faceva ancora freddo, ma nulla in confronto al gelo della tempesta, del mare agitato e delle raffiche di vento. Stimammo dal sole che il vento teneva e lasciammo che la barca si facesse portare; era tutto quello che si potesse fare. Se volevamo navigare, dovevamo tenere il vento alle spalle, visto che non avevamo altro che un paio di cerate legate al remo a fare da vela».

«Ma giovedì sera fu l’amarezza della morte stessa, mi ascolti bene. Lo fu davvero. Per tutto il giorno sperammo di avvistare qualcosa prima che il sole tramontasse. A tutte le ore sperammo, pregammo, credemmo che una sorta di imbarcazione sarebbe apparsa per salvarci; e quindi, quando si fece buio, solo poche stelle tra le lente nuvole e noi faccia a faccia con un’altra lunga notte d’inverno, mi venne proprio a mancare il cuore. Sentii come se ci fosse una maledizione che gravava su di noi, come se fossimo condannati, destinati a morire di fame, la più crudele delle morti perché la più lunga. Si figuri lei: novantasei ore in una barca scoperta, a gennaio, all’ingresso del Canale della Manica, un vento che soffiava da nord‑est per la maggior parte del tempo, senza nemmeno un boccone di cibo, a eccezione del burro salato, e niente da bere tranne l’acqua che entrava nella barca! Eppure, venerdì mattina eravamo ancora vivi, il capitano che ci guidava, curvo dalla debolezza e dal freddo, le ginocchia contro la bocca e la testa che pendeva per mancanza di forza nel collo. Daly e Parsons giacevano immobili come morti sotto le panche, mentre io stavo a prua, troppo debole e col cuore infranto persino per buttare un occhio sul mare intorno per vedere se ci fosse un’imbarcazione all’orizzonte».

«La mattina passò; il pomeriggio passò. Doveva passare un’altra notte? Il sole era a mezz’ora dal tramonto quando Parsons, che appoggiava il petto contro il trincarino, si alzò e indicò. La sua bocca era piena di schiuma e mentre cercava di parlare la schiuma gli usciva dalle labbra ma non riuscì a dire una parola; non era altro che una specie di rantolo mortale nella sua gola. Tutti guardammo verso la direzione indicata e vedemmo un grande veliero dirigersi proprio verso di noi. Come lo guardavamo! Stavamo in piedi, non parlavamo, ci muovevamo seguendo il rollìo e il dondolìo della barca. Ci mise un’ora a raggiungerci, poi ci fu lanciata una cima ma la gente del veliero dovette issarci a bordo con delle funi. Nessuno di noi riusciva a muoversi. Solo l’entusiasmo riuscì a farci alzare in piedi. Il momento in cui la cima fu in barca, diventammo tutti inermi come neonati».

«Il nome del vascello, signore? Era il brigantino austriaco Grad Karlovak, comandato da un uomo così umano che mi sento di piangere quando penso a lui e alla sua gentilezza per noi poveri, miserabili marinai naufraghi inglesi. Questa è la storia, signore, o almeno quanto di degno c’era da raccontare. Cinque giorni e quattro notti nel mese di gennaio, su una barca scoperta, il vento che soffiava forte quasi sempre! La storia è nota a Plymouth, è nota a Runcorn, è nota al signor Hopkins, l’agente della Società dei Marinai Naufraghi di Plymouth. E vi dirò che qualcun’altro ne è al corrente, signore qualcuno che giurerebbe su ogni parola di questa storia; e quel qualcuno sono io».


Glossario

Seven Stones: scogliera a fior d’acqua al largo della Cornovaglia, pericolosa per la navigazione.