אַנַא מִן אַלְ-יַהוּד

’Ana min al-yahud – Sono uno degli ebrei

di Almog Behar

traduzione di Camilla Berveglieri


Almog Behar è un poeta, traduttore e critico letterario israeliano. Nato a Netanya nel 1978 in una famiglia ebraica di origini turco-irachene, oggi insegna letteratura nel dipartimento di studi umanistici dell’università di Tel Aviv e collabora con numerose istituzioni culturali internazionali.

La sua produzione letteraria – così come la sua ricerca accademica – è permeata da riflessioni sulle tensioni identitarie, linguistiche e culturali che caratterizzano la società israeliana, e in particolare sulle interazioni e le intersezioni delle sue componenti arabe ed ebraiche. L’interesse deriva dalla sua esperienza biografica: nonostante il variegato retroterra culturale della famiglia di origine, Behar cresce in un ambiente familiare e sociale in cui l’unica lingua parlata è l’ebraico moderno e in cui la memoria della secolare esperienza diasporica è persa.

La volontà di rinnovare il ricordo sfocato dell’esistenza delle comunità ebraiche nei paesi arabi è il tema centrale del racconto “’Ana min al-yahud”, grazie al quale Behar ha vinto il concorso di scrittura indetto dal prestigioso quotidiano Haaretz nel 2005.

Protagonista del racconto è un giovane israeliano che d’improvviso perde la capacità di parlare correttamente la sua lingua madre, l’ebraico, e si ritrova a pronunciare ogni parola con un marcato accento arabo; l’evento riporta alla luce il ricordo della figura del nonno del narratore, un ebreo iracheno che, a metà del Novecento, è stato costretto a migrare verso lo stato di Israele e a fare i conti con una società israeliana ancora in fase embrionale, ma già guidata da una leadership ashkenazita, convinta della necessità di recidere ogni legame dei nuovi cittadini con la diaspora. Da un punto di vista linguistico, i tentativi di allontanamento dalle identità diasporiche sono coincisi con una capillare campagna di diffusione dell’ebraico, lingua che era stata qualche decennio prima oggetto di una serie di riforme che l’avevano resa moderna e adatta all’uso quotidiano, ma che avevano portato, tra le altre cose, alla perdita di alcuni fonemi tipici delle lingue semitiche. Tutti i cittadini del nuovo stato erano, dunque, chiamati ad esprimersi in ebraico moderno e ad attenersi alla pronuncia standardizzata prevista dai fautori delle riforme, pena l’imposizione di un pesante stigma sociale. Al fine di evitare queste conseguenze, la quasi totalità delle famiglie di ebrei arabi giunte in Israele ha presto abbandonato la lingua araba e con essa la loro identità araba.

Il racconto procede tratteggiando alcune scene della vita del protagonista a fronte della sua nuova condizione, che pian piano inizia ad interessare anche altri giovani israeliani, fino a diventare una vera e propria epidemia che contagia a macchia d’olio un’intera generazione e la costringe a tentare di costruire un nuovo paradigma identitario. Con questo racconto Behar non offre soluzioni, ma rivendica la necessità di creare uno spazio, seppur letterario, in cui le identità sono ibride e multilingui.

Il titolo di questo racconto è, in questo senso, significativo. Tanto nella versione originale in ebraico quanto nella traduzione italiana, esso consiste nella traslitterazione, in caratteri rispettivamente ebraici e latini, di una frase araba che significa “sono uno degli ebrei”. “’Ana min al-yahud” consiste, dunque, nella professione di un’identità, ma è anche una frase che, pronunciata in arabo di fronte a interlocutori non arabofoni, è destinata a rimanere inascoltata.

La produzione di Almog Behar è inedita in Italia.


Il permesso di riproduzione del seguente racconto è stato gentilmente concesso dall’Autore.


1.

Fu in quel momento che la mia lingua si capovolse e, con l’arrivo del mese di Tammuz, l’accento arabo mi si incastrò in gola. Andò proprio così, camminavo per le vie di Gerusalemme quando riemerse in me l’accento arabo di nonno Anwar, la pace sia su di lui, e subito provai a sbarazzarmene, a gettarlo in un cassonetto, ma ogni mio tentativo fu vano. Provai e riprovai ad ammorbidire la pronuncia gutturale della lettera ‘ayin, come aveva fatto mia madre da bambina, sottoposta allo sguardo severo della maestra e dei compagni di classe, ma gli estranei che incontravo mi smascheravano immediatamente. Provai a contenere la pronuncia fricativa della het, a marcare la differenza tra la s e la z, tentai di nascondere la pronuncia enfatica tipicamente irachena della qof, ma senza successo.

E così i poliziotti iniziarono a notarmi quando passavo per strada, puntavano il dito contro di me e la mia barba scura, si mettevano a sussurrare tra di loro sulle volanti, poi mi fermavano per chiedermi le generalità. Dal canto mio, ogni volta che passavo vicino a un agente avrei voluto fermarmi e mostrargli cosa stava scritto sulla mia carta d’identità accanto alla dicitura “nazionalità”, volevo dirglielo perché sentivo che solo così avrei confessato il mio segreto e mi sarei finalmente liberato di una colpa tremenda, avrei voluto dichiarare: «’Ana min al-yahud, ’ana min al-yahud, sono uno degli ebrei».

Poi d’improvviso mi sparì la carta d’identità, proprio quando ne avevo più bisogno. E così i poliziotti mi arrestarono e io non avevo la carta d’identità nel portafoglio a proteggermi. Più tardi, tornato a casa, sarebbe ricomparsa, nascosta tra due banconote arrotolate, e poi frugando nella tasca dei pantaloni avrei ritrovato la mia patente, lontana dal portafoglio, come se l’avessi tirata fuori per qualche ragione e poi avessi scordato di riporla, oppure cercando nello zaino avrei scovato tra alcuni documenti l’attestato del servizio militare, dimenticato lì per errore. Ma di fronte ai poliziotti non trovai nulla, neppure un misero documento che potesse raccontare loro del mio passato o del mio futuro. E quindi presi in mano il telefono, dissi al poliziotto, senta, è solo da ieri che ho questo accento arabo così marcato, però guardi che non è palestinese, è iracheno, e poi anche lei non mi pare che venga da una famiglia in cui si parla yiddish, magari anche i suoi nonni parlavano come parlo io ora, e poi senta, mi lasci chiamare qualche amico, ah sì, i miei amici, senta un po’ che bella pronuncia che hanno loro, parlano ebraico come dev’essere parlato, senza accenti, e se loro sono amici miei, allora chi mai potrò essere io?

Ma i miei amici ashkenaziti d’improvviso smisero di rispondere alle mie chiamate, parvero tutti non udire le suppliche dei miei squilli, e solo la sera o addirittura l’indomani mi richiamarono, chiedendomi cosa volessi e rifiutandosi di riconoscere la mia nuova voce. E dunque io rimasi di fronte agli agenti da solo, perciò cominciai a contattare altri miei amici, quelli le cui famiglie erano originarie di Aleppo, di Tripoli o della Tunisia, dissi, forse loro non avranno una pronuncia proprio perfetta, non parlano un ebraico proprio purissimo, sicuramente non è come dovrebbe essere, però sarà sempre meglio del mio. Mi risposero senza indugi, di certo non stettero lì ad ascoltare il telefono squillare a vuoto, però ecco che d’improvviso anche il loro accento si era fatto arabo, indisputabilmente arabo, mi salutarono tutti dicendo ahlan bik ya habibi, poi mi chiesero ashlonak e si congedarono esclamando salamtak!, e mentre parlavano in sottofondo si sentiva il suono di un ‘oud sibillino, e a quel punto cosa potevano farci i poliziotti, chi mai avrebbe potuto credermi, quando anche i miei amici mi avevano disertato in quel modo, come potevano credermi quando sostenevo di essere figlio di Israele, e non di Ismaele.

Dunque, i poliziotti si misero a ispezionarmi lentamente, tastarono i miei vestiti, passarono sul mio corpo un metal detector, stettero tutto il tempo in silenzio e il loro silenzio mi privò di parole e pensieri, cercarono nei più reconditi strati della mia pelle un goccio di risentimento, sperarono di trovarmi addosso una cintura esplosiva, e si sarebbero persino accontentati di trovarmene una intorno al cuore tanto erano bramosi di neutralizzare un ordigno sospetto. Gli agenti si fermarono di fronte a me, due indugiarono nella loro ispezione per qualche attimo, poi uno disse all’altro, guarda un po’, è circonciso, allora veramente è un ebreo che parla come gli arabi, e il secondo rispose, ma anche gli arabi si circoncidono, poi anche un circonciso può avere addosso un po’ di esplosivo, non c’entra nulla la circoncisione, e quindi continuarono con le loro ricerche. E in verità fu proprio in quel momento, mentre concedevo loro il mio corpo, che il mio cuore iniziò a circondarsi di cinture esplosive, avvenne tutto rapidamente, ma una volta che avevano avvolto il mio cuore si rifiutarono di essere disinnescate, e non erano fatte di ferro e polvere da sparo, dunque sfuggirono ai controlli del metal detector.

Alla fine gli agenti mi lasciarono andare senza aver trovato nulla, anche se nessuno mi disse che non avevo colpe. E allora continuai per la mia strada, scesi per via Marcus verso il Teatro Gerusalemme, e poi risalii verso il bell’edificio del consolato belga fino alla piazza in cima a via Jabotinsky. Lì avrei voluto vedere qualche bel film americano da premio Oscar, ma d’improvviso non ci fu più alcuna via Marcus, al suo posto ecco che c’era una strada con un nome arabo, e anche le case erano tornate a essere arabe, il consolato belga si era trasformato, e anche le persone nei cortili, famiglia per famiglia, per strada tutti erano arabi, non più solo i muratori, non solo gli spazzini.

2.

E poi mi misi a gironzolare nel quartiere Katamon, poi passai a Talbiyeh e poi a Baka, e al posto di trovarvi i soliti ricchi gerosolimitani che vivevano là nelle loro case ampie, al posto di leggere sui cartelli in lettere ebraiche “Kovshei Katamon” e “Yordei Hasira”, d’improvviso vidi che erano tornati dei palestinesi facoltosi, eccoli che se ne stavano nelle loro case come ci erano stati prima della guerra del ’48, come se la guerra del ’48 non fosse mai stata. Io li vidi, passeggiavano nei loro cortili tra gli alberi da frutto, coglievano i frutti come se i giornali non li avessero ancora avvisati che da lì a breve gli alberi sarebbero marciti, che la Terra si sarebbe riempita di profughi. E fu come se il tempo avesse invertito il suo corso, come se la storia fosse mutata, e a quel punto mi ricordai di quella volta in cui chiesi a mamma come mai ci ostiniamo a parlare sempre della storia, io ne ho abbastanza della storia, il peso della storia mi limita, limita anche te, non mi lascia nulla, e neanche a te lascia nulla.

In verità siamo fissati con la nostra storia, la storia ci ha stremati, ma ora ecco che per un attimo la storia prende una traiettoria diversa. Camminai per le strade popolate dai palestinesi, e pensai, forse saranno contenti di parlare con me, non mi tratteranno come i poliziotti, e sperai di poter raccontare loro di quanto mi era piaciuto leggere le opere dell’erudito Khalil al-Sakakini, e quanto avrei voluto essere amico dei loro nipoti! Quindi andai da loro, mi avvicinai ai cortili, ma amalgamarmi fu impossibile, perché io possedevo solo un po’ di ebraico parlato con accento arabo, mentre il mio arabo, che non avevo imparato a casa ma nell’esercito, d’improvviso il mio arabo si fece muto, mi strangolò la gola, si maledisse non lasciando uscire una parola, rimase rifugiato nell’atmosfera soffocante della mia anima, ben nascosto dai miei familiari dietro alla saracinesca dell’ebraico. E ogni volta che provai a dire qualcosa, a mormorare qualche parola con quel po’ di arabo balbettante che avevo imparato, ecco che proferivo solo parole ebraiche con un accento arabo, e subito quelli pensarono che li stessi prendendo in giro, e se non fosse stato per quel mio accento così indisputabilmente iracheno, sì, se non fosse stato per questo, sarebbero stati certi che mi stessi prendendo gioco di loro.

Ma il mio accento li confuse; pensarono, forse vuole schernire gli iracheni, sta prendendo in giro i sostenitori di Saddam Hussein, o forse è un vecchio iracheno che ha scordato la sua lingua, ma che non ha perso l’accento. E quindi non mi feci nuovi amici, nonostante lo volessi ardentemente, però fu allora che mi ricordai di quella volta che avevo sentito uno dei miei zii dire che gli arabi dei quartieri ricchi di Gerusalemme erano degli effendi, che vanno in giro vestiti con completi da occidentali ma che non rinunciano a indossare un fez in testa, e ricordai come quella volta avevo pensato che la parola “effendi” lo zio la pronunciasse con una punta di disprezzo, ma lì, invece, riuscii a ricordare che in effetti non l’aveva intesa così, fui io a aggiungervi il disprezzo, io che da bambino ragionavo come un membro del Palmach, uno di quelli che indossa solo sandali e pantaloncini, che disprezza gli arabi e santifica il socialismo suo e degli altri sionisti. Quelli sono effendi, diceva mio zio, e pronunciava la parola con rispetto, ma io avevo perso la loro lingua e loro non parlavano la mia, tra di noi si era creato uno spazio vuoto di due generazioni, occupato solo dalla polizia.

E sulla via del ritorno verso casa solo i conducenti degli autobus non batterono ciglio sentendomi parlare, sapevano bene che non si può mai prevedere come parlerà un passeggero su un autobus a Gerusalemme. In quel momento il mio cuore ancora non sapeva che stavo facendo ritorno, e le mie paure non sapevano che stavano tutte tornando da me, no, non lo sapevano.

3.

E così la voce di mio nonno sostituì la mia, e d’improvviso queste strade, che si erano ormai abituate alla sua assenza, d’improvviso iniziarono a udire di nuovo la sua voce. E d’improvviso quella bella voce calda, a lungo imprigionata nel mio passato, ecco che usciva dalle mie labbra, e non usciva come il sussurro di un mendicante che implora di ricevere qualche briciola, no, era una voce forte e chiara. E per le strade di Gerusalemme, che si erano abituate al mio silenzio, al nostro silenzio, non fu semplice accogliere la mia voce: cercarono di silenziarla, di attutirla, dissero, stai attento, la tua voce è aliena, accontentati di stare in silenzio. Ma nonostante i miei timori e questa voce che era estranea anche a me, – ci separavano due generazioni di oblìo – io mi ostinai a pronunciare ogni parola con quell’accento, perché non potevo più arenarmi nel silenzio, le parole volevano uscire, e proprio mentre uscivano, passando per la gola, si trasformavano. E uno sconosciuto avrebbe pensato, ah, che nipote fedele, e non avrebbe mai creduto a quanto oblìo avevo accumulato sopra ai ricordi nel corso del tempo, mai avrebbe creduto a quanto la mia memoria fosse offuscata, e per quanto tempo, troppo tempo, tempo infinito, mio nonno era stato lontano da me.

E quando tornai a casa dalla prima camminata con il mio nuovo accento, dopo l’ispezione dei poliziotti sul mio corpo, la mia compagna si sbalordì sentendo la mia voce, e subito mi consigliò di smetterla di parlare così, ma non appena le sue labbra si schiusero ecco che anche lei fu contagiata dalla mia trasformazione, e riemerse in lei un amalgama confuso di accenti, quello arabo yemenita di suo padre e quello ladino di Istanbul di sua madre. E qualche giorno più tardi tornò a casa dal lavoro e mi riferì che ai piani alti avevano iniziato a preoccuparsi, tra gli impiegati dell’ufficio ormai si era diffusa una piccola epidemia, gli antichi accenti che si credevano scomparsi erano tornati. E un piccolo trafiletto su un importante giornale rivelò che i responsabili della sicurezza pubblica stavano tentando di ricostruire la catena del contagio, volevano risalire all’untore che stava infettando gli altri con gli accenti proibiti; poi lamentavano che erano ormai cinquant’anni che il sistema di istruzione pubblica israeliano era in vigore, e in questo periodo non aveva collezionato altro che successi, eppure ecco che ora c’era da temere che il Paese si potesse riempire di arabi, orde di arabi, e per questo si stava pensando a un piano per rinforzare la presenza di annunciatori in radio che parlassero ebraico perfettamente, per infonderci nelle orecchie un ebraico così puro che ci avrebbe senza dubbi fatto sentire alieni nel nostro nuovo modo di parlare.

E poco dopo la mia compagna mi spiegò, e mentre pronunciava queste parole la sua voce oscillava, un po’ a nord verso lo stretto del Bosforo e poi subito a sud, accarezzando il golfo di Aden, che questo dibbuk avrebbe preso a impossessarsi anche degli ashkenaziti. Per loro la trasformazione sarebbe stata meno repentina, profetizzò, perché erano riusciti a convincere i loro figli che l’accento dei loro genitori e dei genitori dei loro genitori fosse stato da sempre americano, erano riusciti a dissipare il ricordo della loro parlata antica. Ma a breve si sarebbe rincominciato a sentire qualcuno parlare per strada con un accento polacco, e poi anche l’ungherese, il rumeno, il tedesco e l’ucraino sarebbero riemersi, e questo sì che era lo scenario che temevano di più ai piani alti, perché allora dove sarebbero andati a cercare annunciatori per ingrossare le fila delle radio, dove sarebbero andati a recuperare insegnanti in grado di istruire i nostri figli a parlare correttamente?

E nonostante le profezie dalla mia compagna riguardo a un’imminente ondata di trasformazioni, i miei genitori si ostinarono a negare tutto, quando parlavamo riuscivano solo a ricordarmi quanti anni di sforzo avevano permesso loro di acquisire una parlata pulita, e quindi mi ammonirono fermamente, mi dissero, smettila, pensa ai tuoi progetti all’università. Si tormentarono, pensarono a cosa farmi fare, a come occultare la mia malinconia, la malinconia che d’improvviso era emersa nella mia voce, un suono che era così estraneo, e io mi scusai e mi maledissi per quei suoni alieni, ma dissi loro che non c’era nulla che potessi fare, le cose stavano così, non potevo cambiare tutto in un secondo, ormai non c’era barriera in grado di arginarmi. Se continuerai così, scordati le borse di studio, mi disse papà, e aveva pienamente ragione, se non torni a parlare come prima cosa ne sarà di te?, mi chiese mamma, e aveva pienamente ragione, e ad ogni colloquio all’università i professori rimanevano allibiti del mio nuovo modo di parlare, e mi suggerivano di trovarmene un altro, un po’ più accademico, di pronunciare le stesse parole, ma senza corromperle. Come farai se andrai avanti così?, mi chiedevano i miei genitori, preoccupati per il mio futuro, ma io ero inerme, io stesso avrei preferito preservare la mia serenità, conservare il mio cuore di pietra, ma nulla poteva ormai aiutarmi a eludere il destino.

In quei giorni di preoccupazione non riuscii ad ascoltare le suppliche dei miei genitori, la mia lingua era sorda e il mio parlare era estraneo e lontano, e mi crogiolai vedendo passare i cicli lunari mentre le profezie della mia compagna si realizzavano, e le strade di Gerusalemme si trasformavano, e i miei genitori erano rimasti gli unici a perseverare con la loro immobilità. E allora feci una rivelazione alla mia compagna, le sussurrai all’orecchio che avevo iniziato a scrivere racconti con l’alfabeto arabo, dissi, sicuramente ai piani alti rimarranno esterrefatti. E lei dopo qualche giorno tornò a casa e mi raccontò di come ai piani alti avessero riso di me, dissero, lasciate che scriva così, che scriva storie che può leggere solo lui, questi racconti non li leggeranno né i suoi genitori e né tantomeno i suoi figli, i nostri figli di certo non sapranno neanche che esistono, potremmo pure insignirlo di un premio, sì, se ne farà richiesta gli daremo uno di quei premi governativi per gli scrittori arabi, non serve neanche fare lo sforzo di fingere di averne letta una sola parola.

E ai piani alti naturalmente avevano ragione, la mia compagna iniziò a profetizzare in ladino, mi disse, questo è un proverbio che diceva sempre la mia mamma, ed io ora non saprei riportare le parole come lei le pronunciava, ma conservo il ricordo del loro suono, mi sussurrò, questa è l’ultima visita della salute prima della morte, e poi mi spiegò, intendo dire che questi sono i rantoli che precedono la morte, non sono presagi di una imminente resurrezione. E a quel punto ai piani alti avevano ormai capito che era arrivato il momento di stare tranquilli, sarebbe bastato impiegare qualche persona in più per una campagna di diffusione della pronuncia dell’ebraico corretta e ciascuno sarebbe tornato a preoccuparsi di quello che contava veramente, il proprio sostentamento e il benessere della famiglia, ed ecco che l’ebraico sarebbe presto tornato a essere parlato come prima dell’epidemia, come se l’epidemia non fosse mai esistita.

4.

E il mio cuore iniziò a comunicare con me usando le mie voci, mi disse, questa è la mia vera voce, quest’altra no, questa lamed l’ho originata io, mentre questa qof, pronunciata così non la riconosco, mi è estranea. E io cercai di rallentare il ritmo dei miei pensieri, volevo riflettere, ragionare veramente, non limitarmi a impilare idee le une sulle altre, ma il tempo non era sufficiente, quindi mi limitai a spargere parole all’aria come se stessi lanciando sale in mare, e non esiste azione più vana di questa. E nel frattempo mio nonno continuò a parlarmi, usava la mia voce per chiedermi se avessi pensato a un finale per questo racconto, mi chiese, com’è successo che la mia storia e la tua si sono intrecciate, perché mi hai permesso di interrompere la tua vita? Io appartengo alla generazione del deserto, perché sei venuto a riesumarmi, tu, proprio tu che sei il primo a fare parte della generazione che abbiamo tanto atteso, abbiamo lavorato affinché tu qui potessi confonderti con gli altri tuoi coetanei, il nostro passato è fonte di dolore, io sono rimasto nel deserto e il mio corpo è stato cibo per gli uccelli rapaci, e tutto questo lo abbiamo fatto per te, affinché tu non mi ricordassi, perché non soffrissi mai un dolore simile al mio, ma ora le tue corde vocali vibrano delle mie stesse parole, e adesso dove siamo? Gerusalemme non è più la stessa, non è più piena di sale da tè, il Tigri non attraversa questa città; io non ho trovato l’eterno riposo a Gerusalemme, e neppure nella mia città natìa, piuttosto nel deserto che le separa, io giaccio in un deserto di sabbia e silenzio.

Costruisciti un cuore di riserva, figlio mio, mi disse il nonno, fallo bello spazioso, e lascia un angolino in disparte apposta per me, e per il resto, invece, vivi! Se non riesci a farlo, trasferisci anche te stesso nello spazio del silenzio, perché in fondo, cosa cambia se parli con un accento diverso? Pensi forse che così io potrò vivere di nuovo, o pensi che tu potrai vivere per me una nuova vita? Basta con queste strade, torna dai tuoi genitori, loro non si faranno convincere da questo accento, lo conoscono bene e gli hanno dichiarato guerra già molte volte. Forse solo il silenzio può far tremare i loro cuori. Perché non mostri loro il tuo racconto, magari questo li desterà, mi disse il nonno, e io pronunciai queste parole come se stessi prestando giuramento sui morti.

E così iniziai a tacere, e tenni conto dei miei silenzi, taccio da un giorno, taccio da una settimana, taccio da un mese, eccoli qui i miei silenzi contenuti tutti nelle mura di casa mia, qui nessuna bocca si schiude, le finestre sono serrate, sacro e profano rimangono fuori, nulla si sottrae e nulla si aggiunge. Tutto è immerso nel suono del mio silenzio, i miei silenzi sono composti da infinte parole ammutolite, io non sono e non divento, e non esiste un finale per questo racconto perché nulla è esistito prima di questo racconto, la storia non è mai veramente iniziata.

Tacqui a lungo, finché i miei genitori non mi dissero parla!, se non parli non riceverai la borsa di studio, non continuerai i tuoi studi e non combinerai nulla nella vita, torna a sorridere, hai smesso di sorridere, parla! Parla! Parla come preferisci, con l’accento che vuoi, però parla, hai fatto scendere su di noi la paura del silenzio.

5.

Il Tigri non bagna Gerusalemme, i suoi mormorii non silenziano i confini che sono stati eretti contro la nostra volontà, i confini che mi separano dall’altra parte di me. Io non sono né qui né là, non sono Oriente né Occidente, non sono Oriente in Occidente e non sono Occidente in Oriente, né con la mia voce di adesso né con quella di prima, e come finirà questa storia? Muto, cammino per le strade di Gerusalemme, e anche un po’ sordo, questa volta è solo il mio aspetto a insospettire i poliziotti, è la mia barba incolta e il mio ostinarmi a non proferire parola, di nuovo il mese di Tammuz si assopisce in me, e nonostante il caldo sono avvolto in un cappotto, voglio coprire gli esplosivi che nascondo nel cuore. Ma i poliziotti svolgono le loro mansioni con zelo, quindi ecco che mi portano in commissariato, poi arrivano i miei genitori, vogliono vedere dov’è finito loro figlio, dove l’hanno portato.

Io taccio di fronte ai miei genitori, ormai cosa possono farmi?, io taccio di fronte ai miei genitori e racconto loro di tutte le storie che fino a quel momento avevo nascosto, dico, ecco, qui ho scritto di te, mamma, e qui, invece, ho scritto di te, papà. Ho scritto poesie in cui mi oppongo all’ebraico in ebraico, continuo a spiegare, e l’ho dovuto fare perché io non ho un’altra lingua in cui scrivere, sì, perché voi avevate così tanta vergogna che a me non avete lasciato nulla. E ora che ho tutti contro non posso scrivere poesie, la lingua che è diventata la mia lingua mi ordina di usarla per sfogarmi, di essere un flauto cavo, pronto a ricevere il suo soffio, finché insieme non produrremo un suono, diventeremo insieme un nay, un flauto arabo, ma un nay che emette solo suoni rochi, e insieme io e lei dovremo inventarci un’altra lingua, sempre assente. E in verità questa è sempre la stessa storia che si ripete, quante storie posso raccontare, mamma, papà, quante storie può raccontare un uomo?, in fondo ciascuno continua a raccontare la stessa storia, ogni volta con parole un po’ diverse, ogni volta si cerca di decifrare un po’ meglio la stessa storia indecifrabile, e se voi non ritrovate in queste parole anche la vostra storia, non importa, il vostro silenzio mi racconta già molto. Ecco, ho provato a scrivere un racconto che avesse un accento arabo, cosa ne è venuto fuori?, guardate dove siamo finiti. Dai, prendete e leggetevi il mio racconto, mamma, papà, leggete tutti i racconti che ho provato a tenervi nascosti per anni, in fondo anche voi condividete il mio stesso esilio, il mio silenzio è anche vostro, voi percepite la mia stessa estraneità tra cuore e corpo, tra pensiero e parola, forse voi sapete come tirare le fila di questa trama.

La prima cosa che i miei genitori fecero in commissariato fu negare, papà disse, non può essere nostro figlio, la barba così non l’ha proprio mai avuta il bambino che abbiamo cresciuto, disse mamma, e poi da dove l’avrà preso quell’accento?, dissero insieme agli agenti, noi non abbiamo proprio idea, sicuramente non l’ha appreso in famiglia, l’unico a parlare così era suo nonno Anwar ma è morto prima che lui nascesse.

La seconda cosa che i miei genitori fecero in commissariato fu sostenere che se non mi fossi rimesso in riga una volta per tutte sarei stato la più grande delusione della mia generazione, se non avessi iniziato subito a comportarmi bene, se non avessi lasciato perdere con i racconti, con questo racconto in particolare, con questo modo di parlare, con il silenzio, e se non mi fossi rimesso a parlare la nostra lingua, allora sarebbero rimasti con me finché un giudice non avrebbe decretato la mia liberazione, avremmo aspettato il giudizio insieme perché il verdetto era mio ma anche loro.

E i miei genitori in quel momento ancora non sapevano che il mio ritorno ormai riguardava anche loro, non sapevano che tutte le loro paure erano tornate e si stavano manifestando in me, no, ancora non lo sapevano.