La cavalletta
di Hushang Golshiri
traduzione di Dario Mazzocchi
Hushang Golshiri è uno dei più importanti scrittori iraniani del ‘900. Nasce nel 1317/1938* a Isfahan e, dopo aver ottenuto la laurea in letteratura persiana, inizia a insegnare nelle scuole elementari e medie della stessa città. Alla sua attività di insegnante affianca ben presto quella di scrittore, pubblicando il suo primo racconto nel 1340/1961. La sua fama si impone a partire dalla fine degli anni ’60: pubblica romanzi, racconti brevi e saggi di critica letteraria, divenendo una delle voci più attive della vita letteraria del suo tempo. Muore nel 1378/2000 a Tehran. In Iran il suo ricordo, specialmente quale innovatore delle tecniche narrative della prosa iraniana e modernizzatore della lingua letteraria, è dei più vivi.
Questo racconto, intitolato Malakh (“La cavalletta”), fu composto nel 1345/1966. L’edizione da cui lo abbiamo tratto è un’ antologia dei racconti brevi dell’autore, intitolata Nime-ye tārik-e māh (“La metà scura della luna”), pubblicata a Tehran nel 1380/2002. Il racconto segue il viaggio di tre iraniani urbanizzati (la voce narrante, Mohammad e Sadeq) in un grande spazio naturale, suggestivo e selvaggio, al fianco di tre nomadi (Alijun, Kazem e Sohrab). I tre nomadi, prima di essere compatrioti degli iraniani, sono innanzitutto appartenenti a quelle genti, etnicamente e linguisticamente turche, che per secoli hanno vissuto nell’altopiano iranico, guidati solo dalle necessità degli animali e dai cambiamenti delle stagioni. Nel corso del viaggio, riverbererà tra i due gruppi la tensione del cambiamento, antropologico ed economico, dell’Iran del ‘900.
Dello stesso autore, il lettore italiano può leggere altri due racconti brevi, pubblicati rispettivamente in due antologie di letteratura iraniana contemporanea: L’uomo con la cravatta rossa (in I minareti e il cielo, Sellerio, 1989, a cura di Filippo Bertotti) e Il primo era innocente (in Ottant’anni di racconti brevi. Tre generazioni di scrittori iraniani, Fuorilinea, 2022, a cura di Abdolhassan Hatami).
*Le date sono riportate secondo lo schema doppio: anno solare islamico/anno gregoriano.
Il permesso di riproduzione del seguente racconto è stato gentilmente concesso dalla Fondazione Hushang Golshiri.
Erano le sette di mattina quando ci mettemmo in cammino. Infilammo i nostri bagagli, tre borse soltanto, nella sacca di uno degli asini, e imboccammo il sentiero.
Loro erano in tre: uno si occupava di portare gli asini all’accampamento, gli altri due erano fratelli e, come noi, avevano messo i loro bagagli su un asino. Il maggiore dei due aveva gli occhi verdi e il viso sorridente. Il minore era un giovane alto, con il viso che ricordava una roccia dura e spigolosa; c’era qualcosa di inquietante nei suoi occhi socchiusi e sotto la sua pelle bruciata che faceva rabbrividire, e faceva venire la tentazione di mettersi l’orologio in tasca e di nascondere i propri soldi da qualche parte.
Tutti e tre portavano in testa dei cappelli tradizionali. Avevano ciascuno un bastone che tenevano dietro il collo e sopra cui poggiavano il polso, nella postura di chi gioca coi bastoni.
Ci incamminammo, loro stando dietro ai quattro asini e noi dietro di loro, tra le pieghe di una cortina di polvere. Da una parte c’erano il filo d’acqua di una sorgente e un bosco di pioppi, mentre alla nostra destra spuntavano colline rivestite di cespugli di santonica ed erica. Quando svoltammo, la cortina di polvere si fece più densa. Mohammad si fece strada tra gli asini e andò davanti, e fu proprio allora che il fratello maggiore prese a parlare: «Chi è che vi ha detto di lasciare Isfahan per venir qui, nel deserto, a mangiare polvere?».
Risposi io: «Volevamo vedere come vivete in questo deserto».
Lui rise, rise di gusto, afferrò il bastone che aveva dietro il collo e spronò gli asini: «La vita di un turco è inutile venirla a vedere. Un turco non è mica un uomo: cammina e muore di fatica, solo questo!». Diceva bene, perchè dalla lunghezza dei loro passi si capiva quanto lunghe fossero le strade, e quanto lontano fosse il profilo delle montagne. Si accese la pipa e iniziò a parlare in turco con Kazem, quello che guidava gli asini.
Il fratello minore non parlava; tuttavia, di tanto in tanto gli scorreva sul volto un riso che si depositava proprio lì, tra le rocce del suo volto. Il cappello che indossava era nuovo, ma le spalle della giacca erano squarciate, e ne usciva l’imbottitura. Il suo corpo aveva una singolare elasticità, e avanzava come chi, nel gioco con i bastoni, vuole sorprendere l’avversario e fa aderire, per nasconderlo, il bastone alla caviglia. Si alzò in punta di piedi e agitò il bastone dietro il collo nero e robusto.
Mohammad procedeva più avanti. Faceva sempre così: andava avanti per primo e non guardava dietro di sé ma, a metà strada senza più fiato, a poco a poco rimaneva indietro. A quel punto ci toccava stare fermi perchè ci raggiungesse, o semplicemente ascoltare il suo sbuffare: «Pazzi! Perchè andate avanti? Rallentate un po’! Quando si va insieme da qualche parte, bisogna arrivare tutti insieme».
Il nome del fratello più grande era Alijun e quello del tale che portava gli asini all’accampamento era Kazem. Il nome del fratello più piccolo, Kazem se l’era addirittura scordato, e diceva: «Non lo so, forse si chiama Sohrab, o forse Lahresab».
I tre turchi non credevano che potessimo reggere tutta quella strada. Alijun ci disse: «C’è troppa strada, non ce la farete».
Io gli risposi: «Abbiamo già camminato molto. Questa strada per noi non è niente».
Alijun rise di nuovo e prese a parlare in turco. Mohammad, che camminava davanti agli asini, si fermò e, una volta che gli animali lo raggiunsero, prese la mano di Alijun e gli disse: «Noi andiamo in montagna, ogni venerdì. Abbiamo scalato tutte le montagne della zona di Isfahan, questa robetta non è niente rispetto a quelle».
Mohammad era rimasto ferito nell’orgoglio e io ebbi paura che, con tutta quella superbia, non ce l’avremmo fatta. Iniziai a parlare con Sadeq. Ogni parola che mi veniva in mente si trasformava in una discussione, mentre le colline si avvicinavano sempre di più. Quando arrivammo a una sorgente, Alijun ci disse: «Bevete molto, non ci sarà acqua prima di due parasanghe».
Per primo si allungò per terra e bevve, e così anche gli altri due suoi compagni. Mohammad aprì il thèrmos che si teneva sulle spalle, mentre io e Sadeq bevemmo con le mani. Quando riprendemmo a camminare, quelli di nuovo si misero a parlare in turco e risero.
Le colline che fiancheggiavano la strada erano coperte di cespugli verdi di santonica, e la strada si perdeva tra le colline e i cespugli. Apparvero lontano all’orizzonte delle montagne, quelle che dovevamo superare.
Il sole la faceva da tiranno nel cielo azzurro.
Dopo esserci lasciati qualche altra collina alle spalle, Mohammad rimase dietro agli asini e ai tre turchi. Questi salirono su una collina, e io capii che stavamo mollando. In quel momento parlai del più e del meno. Quando raggiungemmo i tre turchi, Alijun era in sella a uno degli asini, intento a fumare la pipa. Nei suoi occhi verdi aleggiava una risata, e si riusciva a percepire distintamente che stava riannodando il filo dei ricordi. Una volta arrivati sulla cima di un’altra collina, di nuovo fece: «Avete lasciato la città e siete venuti nel deserto per vedere cosa? Siete venuti a prendervi sole e polvere?».
La strada fino a quella collina era stata di due parasanghe, tutta salite e discese. Grandi gocce di sudore brillavano sulla fronte e intorno al cappello di Mohammad, e Sadeq si era tirato giù il suo sulla fronte. Le mie labbra si erano seccate.
Dissi: «Non siamo bambini viziati».
E mi tornò in mente quella camminata di otto parasanghe su cui avevamo fatto una scommessa: l’avevamo vinta, e il mio piede un mese dopo era ancora pieno di vesciche. Sadeq disse: «Voi vi siete seduti sugli asini, non è giusto. Dai, venite giù, camminiamo insieme, poi vediamo chi è stanco!» e si mise a ridere.
Anche Alijun rise, poi gettò un’occhiata alle colline, alla strada e al profilo delle montagne lontane. «A quanto hai comprato questo orologio?». In quel momento l’occhio di Alijun era caduto sul vecchio orologio di Mohammad, che gli brillava al polso bruciato dal sole. Mohammad riflettè: «Cento tuman? Anzi, centodieci tuman».
Guardai le colline e mormorai qualcosa. Mohammad si concentrò e disse: «Ma adesso è vecchio, varrà trenta tuman».
Non eravamo preoccupati perchè, quando il proprietario della caffetteria aveva saputo che andavano all’accampamento, aveva parlato con quei tre in turco per un quarto d’ora e senz’altro gli aveva detto che andavamo da Anushirvan, il figlio di Amir. Sicuramente i turchi avevano capito che non eravamo degli sprovveduti.
Dissi a Sadeq: «Non ci sono problemi, non possono farci niente. Noi siamo in tre e loro sono in tre» ma nel profondo del cuore sentii un sussulto.
«Eh, ma come si fa, con questi bastoni che hanno? Se ci portano via gli asini chi ce li rimborsa?».
«A quel punto non ce ne importerebbe!».
In quel momento mi accorsi che non aveva più l’orologio al polso come quando eravamo partiti.
Da lontano si fece intenso il rombo di un aereo. Mohammad disse: «Una macchina» e si fermò. Io riflettevo su quanto i turchi dovessero camminare. Capimmo dopo che si trattava di un aereo, e dissi ad Alijun: «È un aereo, il nemico giurato dei turchi».
Alijun svuotò la pipa, che era ridotta a un pezzo di legno, e guardò, con quegli occhi verdi e sorridenti, il confine del cielo azzurro. Disse: «I turchi non hanno paura dell’aereo. Quando un aereo arriva, i turchi salgono sulla montagna» e indicò la montagna che appariva all’orizzonte.
«Ma l’aereo passa sopra la montagna, cosa fanno allora i turchi?».
«Si rifugiano dietro alle rocce, e a quel punto l’aereo può sganciare tutte le bombe che vuole, ma i turchi non escono».
Alijun rise. Kazem guidò gli asini più velocemente e la ruga di un sorriso percorse le guance arrossate di Sohrab. Quando non si sentì più il suono dell’aereo, Sadeq chiese: «Voi dove andate?».
«Torniamo al nostro accampamento, quattro parasanghe dopo Jerkan, che voi raggiungerete presto. Noi dovremo camminare fino a sera».
Noi difatti stavamo andando a Jerkan, lontana ancora quattro parasanghe. Chiesi ancora: «Eravate vicini a Shiraz? Seguivate il gregge?».
«No, vicino ad Abade. Raccoglievamo del galbano».
Alijun lanciò uno sguardo alla strada e iniziò a parlare in turco con suo fratello. Dopo, quando Mohammad stava di nuovo rimanendo indietro, il turco gli chiese: «Voi sapete per caso quanto vale in città un mann di galbano?».
«No».
«Un tempo valeva settanta tuman, ma adesso di colpo è sceso a trenta».
Io dissi: «Forse da queste parti il galbano non si trova, che dovete andare fino ad Abade?».
«Su quelle montagne si trova ma poco, ad Abade ce n’è molto».
Proseguimmo. Sadeq era assetato, ma se avessimo bevuto davanti ai turchi saremmo sembrati dei poveretti.
A un certo punto salimmo una collina, Mohmmad aprì il tappo del thèrmos e noi, continuando a salire senza smettere di camminare, ci bagnammo la gola. Mohammad prese a parlare, mentre io e Sadeq prestavamo attenzione solo alla strada, al cielo azzurro, all’erica e ai turchi, che procedevano dietro di noi. In quel momento, due di loro si erano seduti sugli asini che il terzo continuava a condurre.
La strada continuava per quelle colline, mentre in lontananza appariva il profilo di alcune montagne. Sulla cima di una collina spuntò la sagoma di qualche asino. Erano due turchi con tre asini carichi di paglia. Mohammad esclamò:
«Salve!».
«Salve a voi!».
E i loro occhi ci osservavano mentre camminavamo verso l’accampamento. Arrivò un uomo a cavallo. Era un uomo anziano e di nobile portamento, vestito di tutto punto alla maniera dei turchi Qashqai, e munito della sella per il cavallo. Aveva il viso bruciato dal sole, e dei capelli bianchi che spuntavano da sotto un maestoso cappello.
«Salve!» ci salutò.
«Salve a voi!».
«Dove andate?».
«All’accampamento».
«Avete sigarette?».
Nessuno di noi ne aveva così gli rispondemmo: «Non ne abbiamo, scusateci».
Il vecchio scese da cavallo, si fermò accanto ai turchi che arrivavano dietro di noi e fumò dalla pipa di Alijun. Quando fummo scesi dalla collina, dissi: «Siamo andati troppo avanti, aspettiamo che ci raggiungano».
Ci sedemmo a lato della strada, sopra alcune pietre. Bevemmo qualche sorso d’acqua. Tra le pietre trovai una cavalletta lunga quanto un pollice. Sadeq disse: «Portiamola in città. È veramente strana!».
I turchi ci raggiunsero e Sadeq diede loro dell’acqua.
Quando ripartimmo, la cavalletta stava nella mia tasca: sentivo il peso di quella cosa e il fastidio che mi procurava alla coscia, e lo sforzo della cavalletta per arrampicarsi. Una volta in cima alla collina successiva, Alijun esclamò: «C’è un giovane, è un turco che sta lì fermo! Ha un bastone in mano. Ehilà, dove vai?» e agitò il suo bastone. Io lo corressi: «Imbraccia un fucile». Con la mano lo indicai socchiudendo l’occhio sinistro. Alijun strabuzzò gli occhi.
«Un turco non porta fucili, solo un bastone».
Andammo avanti e i turchi ripresero a parlare in turco, mentre noi piano piano prendemmo a parlottare in inglese.
A quel punto avevamo percorso tre parasanghe. Il sole era al centro del cielo, e spirava una certa brezza che faceva tremare i cespugli verdi; veniva allora da rilassarsi e da respirare a pieni polmoni l’odore di santonica.
«Avanti, salite! Sarete stanchi».
Kazem insisteva, ma noi eravamo troppo orgogliosi. Quando arrivammo ai piedi della montagna di Soltan Khalil, vedemmo un corso d’acqua e, a lato, in mezzo all’erba alta, due cavalli grigi. Di essi vedevamo solo le teste, le code e le criniere che ricoprivano i colli robusti. Avevamo molta sete, così ci allungammo sull’erba; bevemmo dell’acqua, e lo stesso fecero i turchi dopo di noi. Kazem prese in mano la coperta e la bisaccia degli asini e ci disse: «Sedetevi, prendete un tè e mangiate qualcosa. Poi ripartiamo».
Mohammad si era seduto sull’erba, ma ancora teneva duro: «No, andiamo. Quando saremo arrivati all’accampamento, qualcosa si troverà».
Alijun riprese a parlare: «Sicuramente Anushirvan ucciderà per voi un montone, visto quanto vi state sfiancando!».
I turchi tirarono fuori dalle sacche mezzo pan di zucchero e una confezione di tè, assieme a due bollitori ormai anneriti e a due bicchieri. Poi accesero un fuoco con i cespugli raccolti lì intorno, e tirarono fuori del pane fresco che avevano con sé. Ci facemmo intorno alla tovaglia. Ognuno prese e mangiò un pezzo di pane, e bevve due tè. Gironzolammo per il prato. Lì, su quel prato di un verde acceso e inconsueto, liberai la cavalletta.
I turchi si erano seduti vicini al vivido fuoco dei cespugli. Alijun rideva e beveva il tè: «Un turco beve molto tè. Dieci tè, anche venti!».
Prima degli altri vidi una giovane. Dopo di me la vide anche Alijun, e gli occhi gli brillarono: «Gelin… gelin…»
«Gelin?» chiese Mohammad.
«Si, i turchi chiamano così una ragazza che si è appena sposata. Poi, con il passare del tempo, cessa di essere una gelin».
La ragazza era alta e con un seno sporgente. Le pieghe della sua gonna mulinavano sui cespugli verdi come onde di un fiume. Aveva il volto abbronzato e gli occhi neri. Ci salutò e si diresse verso la sorgente, dove riempì d’acqua il suo otre. Quando la giovane se ne stava andando, notai che gli occhi di Sohrab erano come incollati alle pieghe della gonna, e alle trecce sulla schiena che fuoriuscivano dal velo. Dissi ad Alijun: «Tuo fratello non ha moglie?».
«No».
«Perchè non gli trovi una donna?».
«Non può sposarsi, è povero. Quando sei turco, sposare una ragazza è troppo costoso. Ci vogliono dieci o venti capre e vacche, e pure denaro contante. Gli iraniani danno soltanto un pezzo di carta e acquistano un terreno. Ma il turco non ha né terra né casa. Queste sono le terre dei turchi» disse, indicando le colline e la montagna di Soltan Khalil. Alijun rise; poi, i vetri verdi e trasparenti dei suoi occhi si fecero tristi e opachi: «Terre che non sono di sua proprietà e che deve lasciare per spostarsi, a sud».
Quando finimmo di bere il nostro tè, sistemammo quanto avevamo con noi e ci rimettemmo in marcia. Dopo aver superato altre colline, arrivammo a Jerkan. La pianura era vasta, con qualche linea di un verde acceso e due o tre tende dei nomadi. Sadeq rimase stupito: «Ci sono solo un paio di tende!».
Mohammad era molto imbarazzato. Ci aveva fatto fare tutta quella strada, forse pensando che avrebbe visto di nuovo, come sei anni prima, una piana tutta coperta di tende, e nella notte una distesa di lampade accese, simile a un cielo pieno di stelle. Al mattino le greggi sarebbero andate sulle colline e noi, in sella a dei cavalli, avremmo galoppato verso la sorgente. Avremmo guardato ragazze slanciate intente a filare o a mettere gli otri colmi d’acqua sopra gli asini, allontanandosi infine sulla loro groppa. Kazem disse: «Noi andiamo al nostro accampamento. Quello di Anurshirvan è qui».
Indicò la cima della montagna di fronte, su cui si era posata l’ombra di una piccola nuvola. Mohammad disse: «E quella, a fianco di quell’angolo coltivato, è la prateria di Buldaji?».
«Sì, è lì».
E indicò una macchia verde posta sulla cima della montagna: «Le cose per loro si sono messe male, molto peggio degli anni in cui eravate venuti. Adesso i figli si sono separati da Amir Faraj, ognuno si è preso una tenda e se n’è andato per i fatti suoi. Amir Faraj sta lì» e fece segno in quella direzione a una tenda che, nel mezzo della pianura, pareva un orco nero accovacciatosi a terra. Mohammad non voleva mollare: «Fino a qualche anno fa non stavano male. Queste zone erano tutte ricoperte di erba, era tutto verde.»
Alijun rise. Si mise il bastone dietro il collo, voleva riprendere il viaggio. Disse: «A quel tempo l’acqua era potabile, adesso di acqua non ce n’è. Le cavallette si sono mangiate tutta l’erba, e i turchi se ne sono andati.» e indicò le montagne, e l’ombra incolore di altre montagne all’orizzonte. Mohammad diede cinque tuman a Kazem. Li salutammo.
Dopo che i turchi ebbero spronato gli asini e si furono allontanati, Mohammad gridò: «Fate arrivare il saluto di tutti gli iraniani ai turchi! Siamo tutti fratelli!».
Provai vergogna: per noi, per quella terra di cui le cavallette avevano mangiato tutta l’erba, per quello sparuto gruppo di tende che, così lontane l’una dall’altra, stavano sotto il sole cocente, sopra una terra infetta.
Le borse erano per terra. Attonito, fissavo la pianura che luccicava fino al bordo delle colline, e la moltitudine di cavallette adagiate sul terreno. Mohammad ancora piagnucolava, mentre Sadeq guardava i lunghi passi dei turchi, i loro bastoni e la strada ricoperta di cavallette, che si perdeva tra le colline e il profilo di montagne lontane.
Glossario
Parasanga: unità di misura di lunghezza corrispondente a circa sei chilometri.
Tuman: multiplo del rial, valuta corrente dell’Iran.
Mann: unità di misura di peso, il cui valore varia molto a seconda della regione.
Qashqai: popolo turco dell’altopiano iranico, tradizionalmente dedito alla pastorizia.
