ПОМОРКА

Una donna del Pomorje

di Jurij Pavlovič Kazakov

traduzione di Irene Zaffaina


Jurij Pavlovič Kazakov, nato a Mosca nel 1927, è stato uno scrittore sovietico. Le prime poesie e i primi saggi dello scrittore comparirono alla fine degli anni Quaranta, ma solo nel 1958 Kazakov fu ammesso nell’Unione degli scrittori dell’URSS. Dopo la pubblicazione del suo primo libro Arturo, cane segugio (Arktur – gončij pes), il genere prediletto dello scrittore divenne il racconto. Morì nel 1982.

Considerato tutt’oggi una figura di spicco tra gli scrittori della generazione degli anni Sessanta e uno dei migliori continuatori della tradizione dei classici russi, le sue opere si caratterizzano per il sottile lirismo, spesso atto a comprendere i paradossi del carattere russo, e lo spiccato ritmo musicale, nonché per l’importanza primaria dell’elemento naturale.

Il racconto “Una donna del Pomorje” (Pomorka), scritto nel 1957, è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista “La contadina” (Krest’janka) nel 1958. L’unica traduzione italiana, a opera di Sergio Molinari, è contenuta nella raccolta di racconti “Alla stazione”, pubblicata da Einaudi nel 1964.

Il permesso di riproduzione del seguente racconto è stato gentilmente concesso dal detentore dei diritti, Aleksej Jurevič Kazakov, contattato con laiuto di Elena Strelnikova e della casa editrice OGI [Obedinennoe Gumanitarnoe Izdatelstvo].


Sul Mar Bianco a settembre fa buio presto, il crepuscolo è breve e le notti fredde e nere come ardesia. A volte, prima del tramonto, il sole emerge dalle nuvole, proietta il suo ultimo raggio morente sul mare, sulla costa collinosa, si riflette giallo sulle finestre delle alte isbe e poi subito si imporpora, si appiattisce, scompare nell’acqua.

La striscia rosso scura dell’alba brilla fioca, il cielo alto e freddo splende debole e incerto, e la terra, le isbe nel villaggio, i pendii con i pascoli bordati da minute e basse foreste, come setole, tutto è immerso nell’oscurità, solo i tronchi appena levigati vicino alla Direzione risplendono ancora rispondendo all’alba, e brillano oleosi, scricchiolano sotto i piedi.

Sulla riva del mare, proprio vicino all’acqua, divampano alcuni piccoli fuochi: ragazzini accovacciati che cuociono patate. Poi si accendono le luci alle finestre… Ma presto tutto sarà spento, fuochi e finestre, e il villaggio sprofonderà nel lungo sonno autunnale.

E a mezzanotte improvvisamente si fa chiaro, lunghe colonne tremanti si ergono allo zenit, muovendosi silenziose e terribili, mutando le loro pallide tinte, riflettendosi nel mare. Poi se ne andranno all’improvviso, così come sono apparse, e l’oscurità si richiuderà sulla terra e persisterà ostinata, a lungo, fino all’alba riluttante del prossimo giorno cieco.

Di giorno il villaggio è vuoto. I bambini sono a scuola, non ci sono pescatori: c’è chi è in peschiera, chi in mare aperto a pescare merluzzo, chi nei campi… Il villaggio si rianima solo durante le feste o se qualche battello ritorna con una ricca pescata di aringhe o salmoni. Allora la sera sibila e crepita la radio dalla baracca accanto al circolo, ardono i pochi lampioni, la fisarmonica, toccata da una mano maldestra, squilla monotona, echeggiano risa di ragazze, qualcuno inizierà a cantare una canzone…

Ma passeranno un giorno o due e di nuovo il villaggio sarà vuoto. E sarà così fino al tardo autunno, quando i pescatori cominceranno a tornare dalla pescaia, le barche a motore arriveranno dalla pesca d’alto mare e il lavoro nei campi sarà finalmente terminato.

Allora le isbe torneranno a riempirsi degli aromi di merluzzo ed eglefino salati, di vodka e birra fatta in casa nei giorni festivi, del fumo di machorka, del robusto parlottio dei mužiki e dello scalpiccio degli stivali.

Ci sarà da divertirsi! Le stufe riscalderanno per bene al mattino ed esalerà delizioso il profumo del pane di segale, il fumo salirà alto nel cielo pallido sopra i tetti grigi incrostati di brina. Di notte giungeranno intense gelate, il mare comincerà a ghiacciare e a infrangersi rumoroso sulle rive e dai recinti del bestiame giungerà piacevole e accogliente l’odore del letame tiepido.

Al circolo si comincerà a proiettare film quasi ogni giorno, la centrale elettrica a gasolio ronzerà fino a tarda notte, la Direzione terrà riunioni interminabili, e si parlerà di pesce, e della pianificazione, del tempo, di paghe e di giorni lavorativi che dureranno a lungo, quasi fino a febbraio, quando il villaggio si svuoterà di nuovo: alcuni partiranno su una nave rompighiaccio a caccia di foche, altri verso la baia di Unsk per la pesca invernale del merluzzo.

Ed è vuota anche l’isba dove vivo. Alta, enorme, a due piani, con stanze e ripostigli in gran quantità, costruita per una famiglia numerosa, probabilmente nel secolo scorso, silenziosa e piena di echi.

Di notte, i muri scricchiolano sommessamente, di giorno colpisce per il suo candore. Le finestre dai vetri lucidissimi sono coperte da fiori, anch’essi dalle foglie lucide e bucherellate. I pavimenti bianchi odorano di sapone e di ramoscelli di betulla. Vecchie reti sono sparse sul pavimento, da una porta all’altra, ed emanano un leggero aroma di mare e alghe. I diplomi, le fotografie, gli specchi, tutto è incorniciato da tela ricamata, di un nitido color turchino. I tavoli e le cassapanche sono coperti da tovaglie ruvide e fresche, con motivi traforati.

E in questo silenzio vive e mantiene tutta questa pulizia e quest’antico ordine una persona: la vecchia novantenne Marfa.

Come è vecchia! A volte mi inquieta e stranisce guardarla: così vetusto e scuro è il suo volto, così opachi e sbiaditi gli occhi, così immobile siede nei suoi rari momenti di riposo. Mai, mai si raddrizzeranno quel torso piegato e quella schiena ricurva, non si assottiglieranno quelle gambe abnormi e rigonfie, non si scalderanno quelle fredde mani.

Possibile che un tempo fosse attraente e bella, possibile che un tempo in quello stesso corpo battesse un cuore diverso? No, no, impossibile crederlo, impossibile immaginarla diversa da com’è ora.

Eppure è stata giovane e, a detta dei vecchi che la ricordano, era una vera bellezza! Con quale rapimento danzava durante le feste, come si accendevano allora le guance di lei, come ardevano e brillavano i suoi occhi, com’era sodo, snello e forte il suo corpo!

Come amava il suo Vanjuša, tarchiato, con il petto in fuori, dai piccoli denti bianchi, rigidi baffi neri e un ciuffo nero come la pece. Come si sentiva mancare, si accendeva e tremava quando lo vedeva camminare per strada con la camicia rosa, gli stivali alti e puzzolenti, con quale gioiosa trepidazione si precipitava nel cortile sul retro, vedendolo voltarsi verso casa sua.

Oh, quanto era bella allora e quanto amava cantare, quali meravigliose canzoni antiche conosceva, che voce malinconica e intensa aveva! E con quale veemente instancabilità sbrigava qualsiasi lavoro, anche il più sporco e pesante!

Allora che cosa l’ha prosciugata, invecchiata, che cosa ha reso le sue mani fredde e placato il suo cuore? Non erano state forse le notti bianche, spettrali e ammalianti, non era stato forse il terribile sole notturno a bere il suo sangue? O, al contrario, le lunghe sere d’inverno che trascorreva al filatoio, alla luce vermiglia e fumosa di una lanterna?

A cosa pensava, che cosa sognava in quelle sere, quando fischiando e ululando il vento spingeva la neve secca e pungente, soffiava contro le finestre, echeggiava nel camino, quando il ghiaccio del litorale si rompeva risonante e minaccioso e faceva paura uscire in cortile, nell’oscurità della notte polare?

E come gridava, come si dibatteva e si lamentava, celebrando i riti funebri per il padre e la madre, i fratelli e le sorelle, e poi il marito e i figli, guardandoli ogni volta, ma senza mai saziarsi di guardare. Come correva verso il mare, come si gettava tra le onde, come desiderava in quegli istanti restare per sempre in quel cimitero sabbioso tra i radi e bassi pini!

Il caso mi ha scagliato qui per breve tempo, presto me ne andrò e forse non rivedrò mai più questo mare, queste alte isbe nere in autunno, né questa antica donna del Pomorje. Ma per quale ragione la sua vita mi è così misteriosamente vicina e importante? Perché la seguo così insistentemente, penso a lei e la interrogo? Ma a lei non piace raccontare, risponde sempre secca, rimane sul vago:

«Come ho vissuto? Beh, in vari modi…»

«E cioè?»

«È proprio quello che intendo: in vari modi…»

Parla come di sfuggita, in modo indistinto, non attento, si guarda intorno distrattamente, pensando a qualcosa di suo, distante, a me precluso. Ma all’improvviso si ricorda dei suoi nipoti marinai, riprende vita e prende delle cartoline che hanno impiegato mesi per arrivare in questo villaggio remoto e che in questa regione nordica sembrano quasi fiabe. Apre un fazzoletto pulito e le cartoline si spargono sul tavolo, laccate, delicatamente tinte, con i timbri di Bombay, Rangoon, San Francisco, Colombo…

Le leggo ad alta voce, Marfa ascolta, con il viso scuro reclinato, sul quale spunta un debole sorriso. Poi le sfoglia a lungo, tasta con le dita nodose il cartone liscio, scruta le immagini, infine le riavvolge nel fazzoletto, le porta via, le nasconde in un baule e riprende a camminare per l’isba, sempre indaffarata…

Si alza prima dell’alba. A capo scoperto, prega in fretta, si inchina con difficoltà, pesante per il sonno, nell’angolo scuro dove, tra i diplomi, sta appesa un’icona scismatica nera in un telaio d’argento opaco. Poi si annoda il fazzoletto, esce nell’anticamera, comincia a girare per l’isba, per tutte le camere, le dispense e i ripostigli, sale in soffitta, nel granaio, esce nell’orto.

Cosa non riesce a fare in un giorno!

Munge la mucca e la conduce fuori, fa andare la scrematrice, porta il mangime ai polli, sale nel granaio per prendere le uova, falcia e poi, sul portico, taglia l’erba e le cime di patate per il maialino con un coltellaccio rosso sangue; cava le patate dall’orto, le fa seccare quando splende il sole e le ammucchia in cantina; accende la stufa, prepara il pranzo, fa bollire il samovar, va al mare con un canestro e raccoglie mazzi di alghe gridellino, che vende a una fabbrica di agar; le portano il fieno e lei, con grande sforzo, lo trasporta su lungo la rampa fino al fienile; il sabato riscalda il bagno, porta lì fino a venti secchi d’acqua, fa il bucato, rammenda, stira, spazza e lava i pavimenti, l’ingresso, il portico e perfino i ponticelli davanti all’isba. Quasi ogni giorno si reca alla stalla per aiutare l’addetta all’allevamento dei vitelli e guadagnarsi giorni feriali; nella peschiera più vicina, a dieci verste dal villaggio, vive il suo figlio minore, un vedovo cupo, già tutto grigio e spesso malato, e una volta alla settimana Marfa, sbrigata durante la mattina la maggior parte del lavoro, vi si reca e porta sigarette, burro, pane e zucchero. Dopo le tre arriva alla peschiera e, senza riposarsi, comincia a lavare e pulire, rammendare e persino riparare le reti rotte. In quella peschiera vivono solo uomini, e Marfa non può fare a meno di svolgere il suo “lavoro da donnicciola”, come dice lei.

Ultimamente dorme male. Nel profondo della sua anima sta avvenendo qualche solenne cambiamento. E questo cambiamento lo percepisce come un segno, come un presagio di morte imminente. Sempre più spesso sogna il marito, il padre, la madre, i figli morti… E la vedo rovistare nel baule, esaminare il suo corredo funebre: una camicia pulita, ormai ingiallita e odorante del legno del baule, un ampio sudario bianco, una veste, un copriletto ricamato, nastri, tela, calze e pantofole scure. Esamina, riordina e dispone correttamente, questi indumenti estranei e spaventosi per l’uomo, con la sua solita sveltezza e diligenza, come qualsiasi altra cosa necessaria nella vita domestica.

«Non si balla mentre ti fanno la cassa» dice soddisfatta.

Morire non la spaventa. È incrollabilmente convinta della giustizia della vita, della giustizia e della necessità dell’arrivo della morte.

«La tomba mi sta aspettando da un pezzo» dice con tenerezza, come se stesse parlando di qualcosa di molto piacevole, guardando con occhi spenti sopra di me.

«Lì giacciono falciati mio padre e mia madre… i miei figli sono lì, sono tutti lì. Sicuramente hanno sentito la mia mancanza. E io, per grazia della Regina del Cielo, ho vissuto tanto».

Di notte, quando in mare infuria la tempesta, le onde nel fondo ruggiscono vicine per la risacca e questo ruggito riecheggia per tutta l’isba, al punto da far tremare i soffitti e le pareti. Marfa prega, inginocchiandosi in un angolo. Non prega per sé, ma per quelli a Barents, alle battute di pesca.

«Manda loro un po’ di vento, Signore» sussurra e si inchina, fino a battere la fronte sul pavimento. «Non rovinarli, Signore, salvali, San Nicola mio!».

Per me è strano ascoltare queste parole, quasi fosse mia nonna a pregare, come se sentissi mia madre in sogno, come se tutti i miei antenati, contadini, aratori – che per tutta la vita, dall’infanzia fino alla morte, hanno arato e falciato e che giacciono dimenticati nei cimiteri dopo aver dato alla luce, insieme al pane, a un’altra, nuova vita – ora pregassero, non per sé, ma per il mondo, per la Rus’, rivolgendosi a un Dio misterioso dell’Antico Testamento, al buon San Nicola taumaturgo.

«Manda loro bel tempo, cieli sereni e acqua limpida» sussurra nel buio una voce novantenne.

Poi si corica e rimane immobile, fissando l’oscurità. Ha la nausea, sente un peso, i suoi anni la schiacciano: l’infanzia, la giovinezza, così lontane, così indistinte eppure così belle, come le notti bianche, tutte illuminate da un sole senza tramonto, e la vecchiaia, come una buia sera d’autunno.

Marfa giace lì, ricorda la sua vita, e immagina di essere una ragazzina che canta una canzone e sente la propria voce, pura e triste:

 

O tu, madre mia!

Così sfortunato è il tuo figliolo,

Fuggì lontano, verso il ma-ar…

 

Ma questi pensieri lieti e tristi svaniscono presto, lasciando il posto ad altre cure familiari. E lei già pensa a come arrivare fino a San Michele, quando tutti inizieranno a prepararsi per tornare a casa; e che la mucca è già vecchia, munge male e poco, e di non dimenticare di dire di comprarne una nuova, e che conducano le pecore oltre la duna, – ultimamente ci si sono accumulati molti cavoli di mare – e che devono mietere l’orzo nell’orto e appenderlo ad asciugare…

Non si addormenta subito, e sussulta più volte. Nel sonno il respiro è debole e raro, spesso si sveglia, muove le mani intorpidite, torna al suo dormiveglia, sente e capisce tutto, ma al contempo sogna, immagini vaghe, da tempo familiari…

Il mare infuria sempre più spesso e sempre più spesso Marfa esce sulla riva la sera, resta ritta immobile vicino alle canne oblique della siepe, nerissima contro lo sfondo giallo pallido dell’alba. Guarda il mare sporco e scompigliato, i cavalloni dalle creste bianche che corrono e ruggiscono senza sosta sul banco di sabbia: un’immagine familiare!

Si avverte un odore aspro e amaro di cime di patate e di alghe; nonostante il rombo del mare, si sentono nettamente voci di donne, il suono di passi sulle passerelle di legno e il grido basso e breve delle capre, caratteristico di questo villaggio.

Lungo la riva, sulle passerelle di legno, cammina rumoroso, pestando forte con gli stivali, un vicino pescatore: spalle spioventi, robusto, felice della sua forza. Si avvicina per salutarmi, mi invita al cinema la sera, fuma machorka e tossisce di petto, diventando tutto rosso. Poi nota Marfa, il volto si fa serio e dice rozzo e ammirato:

«Eccoti qua! Sei uscita fuori di nuovo… Che brava vecchia, una santa, proprio una donna del Pomorje! Brindiamo, alla sua!».

Aspira profondamente il fumo, socchiude l’occhio destro, scottandosi le labbra, getta via il mozzicone, lo pesta nella sabbia col tallone, sputacchia e va lungo la riva verso il mercato del pesce, strofinandosi il collo rosso e sfregando l’uno contro l’altro i risvolti degli alti stivali. Passando accanto a Marfa, si toglie il berretto e si inchina riverente.

Il vento si fa più freddo, il cielo più scuro, l’alba si tinge di un color vinaccia, l’aria si fa diafana, si arrossano i tetti delle isbe e ad oriente si accendono rare e pallide stelle. Presto si farà completamente buio, e Marfa rimarrà lì, in piedi, con le sue vecchie mani grigie sulla siepe, a guardare il mare finché non svanirà l’ultimo nebuloso riflesso dell’alba.


Glossario

Machorka: tabacco forte, grezzo, con un alto contenuto di nicotina, molto popolare fino a metà Novecento in URSS e ancora coltivato e fumato nelle campagne eurasiatiche.

Mužik: contadino russo, uomo di campagna e, in senso lato, uomo in generale.

Rus’: antico Stato organizzato che unificava le terre slave orientali, sorto verso la fine del secolo IX. La “Rus’ di Kiev”, battezzata, secondo la tradizione, nel 988 al Cristianesimo ortodosso, divenne il fulcro per lo sviluppo di una nazionalità, lingua e cultura russa antiche.

Samovar: recipiente a forma di vaso con manico e coperchio, incorporato a un fornello a spirito; utilizzato in Russia e in altri paesi dell’Europa orientale per tenere sempre pronta l’acqua bollente per la preparazione del tè.

Versta: antica unità di misura di lunghezza pari a circa 1067 metri.