La chanson des vieux époux

La canzone dei vecchi sposi

di Pierre Loti

traduzione di Anna Grandi


Il racconto La chanson des vieux époux fu pubblicato nel 1891 nella raccolta Le livre de la pitié et de la mort (Parigi, Edizioni Calmann Lévy), di cui non risulta disponibile una traduzione integrale in italiano. È l’unico racconto della raccolta a essere ambientato in Giappone, paese a cui il suo autore, Pierre Loti (all’anagrafe Louis-Marie-Julien Viaud, 1850-1923), aveva già dedicato Madame Chrysanthème (1887), uno dei suoi romanzi più celebri, e Japoneries d’automne (1889), una raccolta di testi, entrambi esito dei suoi soggiorni in Giappone dal 1885, a bordo della nave francese Triomphante. Viaggiatore instancabile e scrittore di successo, consacrato a soli 42 anni dall’Académie française, Loti ha lasciato una grande produzione di racconti di viaggio e di romanzi (tra tutti, oltre a Madame Chrysanthème, Aziyadé del 1879 e Pêcheur d’Islande del 1886).

Il tema della perdita (di una vita, di un amore, di ciò che dà senso all’esistenza) è centrale nella raccolta Le livre de la pitié et de la mort, come si deduce dallo stesso titolo: nella prefazione Loti scrive che «questo bisogno di lottare contro la morte è del resto – dopo il desiderio di fare del bene se ci consideriamo in grado di farlo – l’unica ragione immateriale che abbiamo per scrivere».

La storia narrata nella Chanson des vieux époux si colloca nel contesto del Giappone rurale, già oggetto di descrizione in altri scritti di Loti, nei quali viene restituito nelle sue peculiarità e nelle sue intrinseche contraddizioni. Per comprendere pienamente lo sguardo dell’autore, è tuttavia necessario ricondurlo al contesto culturale di fine Ottocento. Vi ritroviamo lo stupore dell’autore per la gentilezza e l’educazione delle persone, la presenza costante della natura raccontata con colori così vivi da sembrare dipinti su tela. Vi ritroviamo però anche la sua incomprensione nei confronti di un paese di cui ammette, come scrive in Madame Chrysanthème, che: «Nei divertimenti religiosi di questo popolo, non ci è possibile penetrare i risvolti pieni di mistero che le cose possono avere; non possiamo dire dove finisce lo scherno e dove inizia il timore mistico. Questi usi, questi simboli, queste figure, tutto ciò che la tradizione e l’atavismo hanno accumulato nelle menti dei giapponesi, proviene da origini che ci sono profondamente oscure; neppure i libri più antichi ce lo spiegheranno mai se non in modo superficiale e impotente, perché noi non siamo simili a quelle persone. Senza capire bene passiamo in mezzo alla loro allegria e alle loro risate, che sono l’opposto delle nostre…».


Il seguente racconto rientra nel pubblico dominio; nessun diritto morale è stato violato nella sua riproduzione.


Toto-san e Kaka-san, il marito e la moglie.

Erano vecchi, proprio vecchi; conosciuti da sempre; i più anziani di Nagasaki non ricordavano nemmeno di averli visti giovani.

Chiedevano l’elemosina per le strade. Toto-san, che era cieco, trainava in un piccolo carretto Kaka-san, che era paralitica.

Un tempo si chiamavano Hato-san e Ume-san (“signor Piccione” e “signora Prugna”), ma nessuno se lo ricordava più.

In giapponese, Toto e Kaka sono parole molto dolci che sulle labbra dei bambini significano “padre” e “madre”. Forse anche per la loro età avanzata, tutti li chiamavano così; e in questo paese di estrema educazione, questi nomi familiari erano seguiti da –san, una parola che indica rispetto, come “signore” o “signora” («signor papà» e «signora mamma»); anche i più piccoli tra i bimbi giapponesi non trascurano mai queste formule di cortesia.

Il loro modo di mendicare era discreto e decoroso; non assillavano le persone con suppliche, ma tendevano le mani, semplicemente e senza nulla dire, povere mani rugose su cui c’erano già grinze come quelle delle mummie. Ricevevano riso, teste di pesce, zuppe vecchie.

Molto piccola, come tutte le giapponesi, Kaka-san sembrava scomparire nel suo carretto, una scatola con le rotelle, dove il suo sedere si era ridotto e rinsecchito dopo così tanti anni.

Il carretto era agganciato male; per questo le capitava di essere molto sballottata nei giri in città. Eppure non camminava veloce, il suo povero marito, ed era così pieno di cura e di precauzioni! Lei lo guidava con la voce e lui, attento, con l’orecchio teso, vagava come l’ebreo errante della leggenda nella sua eterna oscurità, la cinghia di cuoio passata sulla spalla e tastando con un bambù il terreno davanti ai suoi passi.

I momenti più difficili erano quando si trattava di salire un gradino, o passare un ruscello, una crepa, un solco nel terreno – come ne usciva Toto-san? Bisognava vedere allora la povera vecchia quanto si agitava nel suo carretto: questa figura inquieta, questi occhi che brillavano di un’inquietudine intelligente, nonostante il velo che il passare degli anni vi aveva posto sopra. Evidentemente la paura di essere ribaltata era una delle cose che logoravano di più questi suoi ultimi anni di vita…

Cosa passava per la testa di questi due vecchi che si adoravano? Chissà cosa si raccontavano l’un l’altra, quando si ritrovavano soli la sera? Quali ricordi riesumavano della loro giovinezza quando si trovavano a dormire raggomitolati insieme, sotto qualche riparo, Kaka-san già incappucciata nel fazzoletto di cotone blu che era la sua acconciatura per la notte? Come nascevano i progetti delle loro passeggiate per il giorno seguente, che sarebbe ricominciato in tutto simile a quello appena terminato, con la stessa lotta per mangiare, lo stesso disfacimento e la stessa miseria? Avevano ancora delle gioie, dei piccoli barlumi di speranza? Semplicemente, avevano almeno ancora dei pensieri, e perché si ostinavano a vivere, quando la terra era già là, pronta ad accoglierli, per terminare la loro lenta decomposizione senza più farli soffrire?

Si recavano a tutte le feste religiose che venivano celebrate nei templi.

Sotto i grandi cedri neri che ombreggiavano i cortili consacrati, ai piedi di qualche vecchio mostro in granito, si piazzavano di buon’ora, anticipando l’arrivo dei primi fedeli e, finché durava il pellegrinaggio, molti passanti si fermavano da loro. Giovani ragazze con visi di bambola e occhi di gatto che trascinavano le loro alte calzature di legno; bimbi giapponesi molto buffi nelle loro lunghe vesti variopinte, che arrivavano a gruppi per le preghiere tenendosi per mano; belle dame vezzose con chignon complicati, che venivano alla pagoda per pregare e ridere; contadini con i capelli lunghi, bonzi o mercanti, tutte le possibili marionette di questo piccolo popolo allegro, sfilavano davanti a Kaka-san che li vedeva ancora e a Toto-san che invece non li vedeva più. Ricevevano sempre uno sguardo benevolo e a volte, dal gruppo, qualcuno si staccava per offrire un’elemosina; facevano loro anche gli inchini, proprio come alle persone per bene, tanto erano conosciuti e tanto si è educati in questo Impero.

E in quei giorni, durante la festa, anche a loro capitava di sorridere, quando il tempo era bello e l’aria tiepida, quando i dolori della vecchiaia erano un po’ assopiti nei loro corpi spossati. Kaka-san, rallegrata dal chiacchiericcio delle voci ridenti e leggere, ricominciava anche lei ad atteggiarsi come le dame che passavano, giocando con il suo vecchio ventaglio di carta, e si dava l’aria di essere ancora nel pieno della vita e di interessarsi come le altre alle piacevolezze di questo mondo.

Ma quando calava la sera, riportando l’oscurità e il freddo sotto i cedri, quando orrore religioso e mistero si diffondevano all’improvviso intorno ai templi, nei viali fiancheggiati da mostri, i due vecchi sposi si afflosciavano su sé stessi. Sembrava che la fatica del giorno li avesse rosi dentro, le rughe erano ancora più scavate, le pieghe della pelle sempre più cadenti; i loro visi non esprimevano altro che la terribile miseria e la disperazione di essere prossimi alla morte.

E sì che attorno a loro migliaia di lanterne si accendevano, tra i rami neri, e fedeli sostavano sempre sui gradini dei santuari. Un brusìo felice, frivolo e bizzarro veniva da tutta questa folla, riempiva i viali e le volte sante, in contrasto con il ghigno dei mostri immobili di guardia agli dèi, con simboli spaventosi e sconosciuti, con un indefinito timore della notte. La festa proseguiva alla luce delle lanterne e pareva un’immensa ironia per gli Spiriti del cielo, molto più che un’adorazione. Ma un’ironia senza amarezza, infantile, benevola e soprattutto irresistibilmente gioiosa.

Non cambiava nulla, una volta tramontato il sole niente di tutto ciò rianimava più questi due relitti umani; riacquisivano un’apparenza sinistra, accovacciati in disparte come paria malati, come povere vecchie scimmie logore e finite, che mangiano in un angolo le loro briciole di elemosina. In questi momenti, per avere questa espressione di angoscia diffusa sulle loro maschere da morti, si preoccupavano di qualcosa di profondo ed eterno? Chi lo sa cosa avveniva dentro a queste vecchie teste giapponesi? Forse proprio niente! … Semplicemente lottavano per sforzarsi di continuare a vivere; mangiavano, con le loro piccole bacchette di legno, aiutandosi l’un l’altra con tenere premure; si infagottavano per non aver troppo freddo, per non lasciare che la rugiada si depositasse sulle loro ossa; si curavano al meglio che potevano, con il solo desiderio di essere ancora in vita il giorno dopo e ricominciare, l’uno trascinando l’altra, il loro solito cammino errante…

Nel piccolo carretto, oltre a Kaka-san, c’erano tutti i loro beni: scodelle sbeccate di porcellana blu dove mettere il riso, tazze in miniatura per bere il tè e una lanterna di carta rossa che accendevano la sera.

Una volta alla settimana, Kaka-san veniva spazzolata e ripettinata con cura dal marito cieco. Lei non riusciva più ad alzare le braccia abbastanza per creare il suo chignon da giapponese, e Toto-san aveva imparato. A tentoni, con le mani tremolanti, accarezzava la povera vecchia testa che si lasciava acconciare, abbandonandosi con tenerezza, e questo gesto ricordava, con una tristezza ancora maggiore, quelle cure che si fanno a coppie le scimmie. I capelli ormai erano pochi e Toto-san non trovava più molto da pettinare su quella pergamena gialla, grinzosa come la buccia delle mele in inverno. E, nonostante ciò, riusciva a disporre i capelli a forma di conchiglia, con uno stile giapponese; lei, molto interessata, seguiva con gli occhi in uno specchio rotto: «Un po’ più su, Toto-san! Un po’ più a destra, un po’ più a sinistra…». Alla fine, quando arrivava ad infilarci due lunghi spilloni di corno, che finivano di dare un tono all’acconciatura, Kaka-san aveva di nuovo un’aria da nonna perbene, un aspetto curato da bella statuina.

Facevano anche le loro abluzioni coscienziosamente: sono così puliti in Giappone!

E, quando avevano terminato, una volta ancora, questo lavaggio, un rito che ricominciava ogni giorno incessantemente da tanti anni, quando avevano assolto questo compito della cura del corpo che l’avvicinarsi della morte rendeva di giorno in giorno più ingrato, si sentivano almeno rinvigoriti dall’acqua pura e fredda? Provavano ancora un po’ di benessere, all’aria fresca del mattino?

Che miseria deprimente! Dopo ogni notte, risvegliarsi entrambi più decrepiti, più doloranti, più fragili e, malgrado tutto, voler ostinatamente vivere, esporre la propria vecchiaia al sole e ripartire per lo stesso eterno viaggio sulle rotelle, con le stesse lentezze, gli stessi cigolii di assi, gli stessi sobbalzi, le stesse fatiche; proseguire sempre, attraverso le vie, attraverso i sobborghi, attraverso i villaggi, fino alla campagna più lontana, finché non sentivano l’annuncio di una festa in qualche tempio nei boschi…

Fu nei campi, un mattino, all’incrocio di due strade imperiali che la morte, sorniona, colse la vecchia Kaka-san.

Un bel mattino d’aprile, in pieno sole, in mezzo al verde.

In quest’isola di Kyūshū, la primavera è un po’ più calda della nostra, un po’ più precoce, e tutto già risplendeva nella campagna fertile. Le due strade si incrociavano in pianura, in mezzo a campi di riso rigogliosi che un vento leggero faceva luccicare come pelucchi verdi. Nell’aria echeggiava la musica delle cicale che in Giappone sono molto rumorose.

A questo incrocio c’erano una decina di tombe tra l’erba, sotto un boschetto di grandi cedri isolati: erano cippi squadrati o antichi buddha in granito seduti su calici di loto. Oltre i campi di riso si intravvedevano i boschi, piuttosto simili ai nostri di querce ma dove si mescolavano alcune macchie bianche o rosa che erano camelie semplici e canne molto leggere di bambù; e poi, più in lontananza, montagne simili a piccole cupole disegnavano, nel cielo blu, forme un po’ ricercate, ma molto graziose.

È in mezzo a questa regione di quiete e di vegetazione che l’equipaggio di Kaka-san si era fermato e questa volta per l’estrema sosta. Contadini e contadine, vestiti con lunghi abiti in cotonina blu scuro con maniche svasate, una ventina di buon’anime giapponesi si affrettavano intorno al carretto dove la moribonda contorceva le sue vecchie braccia. Era accaduto all’improvviso in cammino, mentre Toto-san la portava in pellegrinaggio a un tempio della dea Kannon.

Quelle anime pie, che erano accorse sia per benevolenza che per curiosità, si davano da fare come potevano per curarla. Erano per lo più persone che si stavano recando, anch’esse, alla festa di Kannon, la divinità della Grazia.

Povera Kaka-san! Avevano tentato di farla riprendere con un cordiale all’acquavite di riso; le avevano strofinato erbe aromatiche sull’alto ventre e tamponato la nuca con l’acqua fresca di un ruscello.

Toto-san la toccava dolcemente, la carezzava a tentoni, non sapendo cosa fare, intralciando gli altri con la sua gestualità da cieco, e tremando più che mai con tutto il corpo per l’angoscia.

Infine, le avevano fatto ingoiare, a palline, pezzetti di carta che contenevano preghiere scritte apposta dai bonzi e che una donna caritatevole aveva acconsentito di togliere dalla fodera delle sue maniche. Fatica sprecata, perché l’ora era suonata; la Morte invisibile era là, che rideva in faccia a tutti questi giapponesi mentre teneva già la vecchia nelle sue mani sicure.

Un’ultima contorsione, molto dolorosa, e Kaka-san si accasciò, la bocca aperta, il corpo tutto di lato, per metà caduta dal suo carretto con le braccia penzoloni, come la bambola di un burattinaio dei poveri, a riposo una volta finita la rappresentazione.

Questo piccolo cimitero ombreggiato, davanti al quale si era svolta la scena finale, sembrava proprio indicato dagli Spiriti e scelto dalla morta stessa.

Anche per questo non ci fu nessuna esitazione. Furono coinvolti dei facchini di passaggio e si decise velocemente di scavare la terra. Tutti avevano fretta, non volevano mancare al pellegrinaggio ma neppure lasciare questa povera vecchia senza sepoltura, tanto più che la giornata si annunciava calda e già arrivavano nugoli di mosche fastidiose.

In mezz’ora la fossa fu pronta. Prendendola per le spalle, tirarono la morta fuori dal suo carretto e la seppellirono, seduta come era sempre stata, con la parte posteriore rannicchiata come in vita, simile a una di quelle scimmie rinsecchite che ai cacciatori capita di incontrare ai piedi degli alberi nelle foreste.

Toto-san cercava di fare tutto da solo, nella confusione più totale e dando fastidio ai facchini che non avevano un animo sensibile e lo spintonavano; gemeva come un bambino e le lacrime sgorgavano dai suoi occhi senza sguardo. Cercava di sentire se almeno fosse pettinata bene per l’ingresso nelle dimore eterne, se le ciocche di capelli fossero in ordine e volle risistemare gli spilloni nell’acconciatura prima che le fosse gettata la terra sopra…

Si sentiva un fremito leggero tra le foglie: erano gli Spiriti degli antenati di Kaka-san che venivano a riceverla al suo ingresso nel Paese delle Ombre.

Alla fine, nel rilassamento della morte, si era sporcata tutta, e come non perdonarla, e i facchini, disgustati, dicevano di voler buttare nella fossa tutto quel che era nel carretto, insudiciato com’era da cose immonde: la coperta, gli stracci di ricambio, le tazzine e la lanterna, perfino il carretto stesso, sostenendo che lì dentro ci fosse la peste.

Oh! A quel punto Toto-san perse la testa per la disperazione, vedendo che gli stavano togliendo tutti quei ricordi; sfinito e in lacrime, vi si stese sopra per difenderli. Ma un’altra vecchia mendicante che stava andando alla festa, anche lei, per racimolare un po’ di elemosina, si fermò ed ebbe pietà di lui: «Laverò io tutto questo nel ruscello» disse.

Le persone che si erano raggruppate poterono quindi continuare il loro cammino verso il tempio della dea, lasciando quei due mendicanti insieme nel mezzo della solitudine verde, con il canto delle cicale.

Nel ruscello d’acqua corrente e limpida, la poveretta lavò tutto con cura, anche il carretto e le ruote; i rifiuti di Kaka-san andarono a fecondare le piantine che crescevano lungo la riva e i bellissimi fiori di loto i cui primi boccioli cominciavano a spuntare dalla fanghiglia profonda.

Poi stese gli stracci sui rami, al sole ridente e la sera tutto era asciutto, piegato bene, sistemato bene; Toto-san poté allora riprendere il suo cammino errante.

Agganciò il carretto e ripartì, abituato com’era a camminare trascinando qualcosa. Ma, dietro di lui, il piccolo carretto era vuoto. Separato da colei che era stata la sua amica, il suo consiglio, la sua intelligenza e i suoi occhi, se ne andava alla ventura, un rottame ancora più penoso ora, irrevocabilmente solo sulla terra fino alla sua fine, senza riuscire a ritrovare più le idee, avanzando a tentoni, senza scopo e senza speranza, nella notte più nera…

Tuttavia le cicale cantavano a gran voce nella vegetazione che si faceva più scura sotto le stelle e, mentre la notte, quella vera, calava intorno all’uomo cieco, si cominciavano a sentire fra i rami gli stessi fremiti sentiti al mattino, durante la sepoltura; erano ancora i mormorii degli Spiriti che dicevano «Consolati, Toto-san, lei si riposa in questa sorta di stato di quiete molto dolce in cui siamo anche noi e dove tu verrai presto. Lei non è più vecchia né malferma perché è morta; né sgradevole a vedersi perché è ben nascosta fra le radici sotterranee; né rivoltante per nessuno, perché è della sostanza che rende fertile il terreno. Il suo corpo si purificherà infiltrandosi nella terra; Kaka-san darà vita a belle piante giapponesi, rami di cedro, camelie semplici, bambù…».