La mosca
di Katherine Mansfield
traduzione di Bianca Cojocaru
In un taccuino del 1916, Katherine Mansfield annota: «La trama mi lascia indifferente». È una dichiarazione d’intenti. Autrice modernista, Mansfield decentra il racconto: l’avvicendarsi degli eventi si dà nella vita intima della voce narrante, interna o esterna. Ciò che le interessa è l’intervallo tra l’accadere delle cose e il modo in cui vengono percepite. In questo senso, come osserva la stessa autrice, la sua scrittura avvicina il racconto alla pittura di Van Gogh, dove la realtà si deforma nello specchio anamorfico del sensibile.
Nata in Nuova Zelanda e refrattaria a ogni appartenenza, né inglese, né europea, né “esotica”, Mansfield fa del suo essere apolide, o cosmopolita, la cifra distintiva della sua opera. Anche la vita personale si riflette nei racconti, come in The Fly (“La mosca”), dove emergono molte delle sue ossessioni, in particolare il dolore per la morte del fratello Leslie durante la Prima guerra mondiale, ucciso a ventun anni da una granata a Ypres. Scritto nel 1922 al Victoria Palace Hotel, a Montparnasse, dopo il trasferimento a Parigi, il racconto mostra come Mansfield trasformi il vissuto in materia narrativa a metà tra cronaca e memoriale.
Il seguente racconto rientra nel pubblico dominio; nessun diritto morale è stato violato nella sua riproduzione.
«Ci state a pennello», qui squittì il vecchio Mr. Woodifield, e scrutò al di là della magnifica poltrona di pelle verde accanto alla scrivania dell’amico, il padrone, come un bambino che si affaccia dalla carrozzina. La chiacchierata era finita; era ora di andarsene. Ma non voleva andarsene. Da quando era andato in pensione, da quando gli era venuto un… colpo, la moglie e le figlie lo tenevano segregato in casa ogni giorno della settimana tranne il martedì. Il martedì era vestito e sistemato e lo facevano tornare in Città per la giornata. Anche se né moglie né figlia immaginavano cosa ci facesse in Città. Importunava gli amici, pensavano… be’, forse. E tuttavia ci aggrappiamo ai nostri ultimi piaceri come l’albero si aggrappa alle ultime foglie. Così, lì sedeva il vecchio Woodifield, fumando un sigaro e fissando senza ritegno il padrone, che si dondolava sulla sedia girevole, corpulento, di un bel colorito, cinque anni più vecchio di lui, e ancora prestante, ancora al timone. Che piacere era vederlo. Con fare ammirato e malinconico, il vecchio aggiunse: «Ci state a pennello, qui, giuro su Dio!».
«Sì, ci si sta bene abbastanza», convenne il padrone, e sfogliò il Financial Times con un tagliacarte. In realtà era orgoglioso del suo ufficio; gli piaceva essere ammirato, soprattutto dal vecchio Woodifield. Gli dava un senso di profonda, solida soddisfazione essere piantato lì in mezzo, in piena vista di quella vecchia, fragile figura avvolta nella sciarpa.
«L’ho fatto sistemare di recente», spiegò, come spiegava da — quante, ormai? — settimane. «Tappeto nuovo», e indicò il tappeto rosso vivo, con una fantasia di grandi cerchi bianchi. «Nuovi mobili», e fece cenno alla massiccia libreria e al tavolo con le gambe attorcigliate come certi dolci di melassa. «Riscaldamento elettrico!» E ondeggiò quasi trionfante la mano verso le cinque salsicce trasparenti e perlacee che ardevano fiocamente nella vaschetta di rame inclinata.
Ma non richiamò l’attenzione del vecchio Woodifield sulla fotografia sopra il tavolo: un ragazzo dall’espressione seria, in uniforme, ritratto in uno di quei parchi spettrali da fotografie, con nuvole tempestose sullo sfondo, da fotografi anch’esse. Non era nuova. Era lì da oltre sei anni.
«C’era una cosa che volevo dirti», disse il vecchio Woodifield, e socchiuse gli occhi per ricordare. «Ora… cos’era? Ce l’avevo in mente quando sono uscito stamattina.» Le mani cominciarono a tremargli, e chiazze rosse affiorarono sopra la barba.
Povero vecchio, è agli ultimi sgoccioli, pensò il padrone. E, sentendosi benevolo, fece l’occhiolino, e disse in tono scherzoso: «Senti un po’. Ho qui un goccetto che ti farà bene prima di rimetterti al freddo. È una cosa magnifica. Non farebbe male a un bambino.» Tolse una chiave dalla catena dell’orologio, aprì un armadietto sotto la scrivania e ne trasse una bottiglia scura e tozza. «Ecco la medicina», disse. «L’uomo da cui l’ho avuta mi ha detto, nel più stretto riserbo, che viene dalle cantine del castello di Windsor.»
Solo a vederlo, al vecchio Woodifield si spalancò la bocca. Il padrone avrebbe potuto stupirlo di più soltanto tirando fuori un coniglio.
«È whisky, non è vero?» pigolò debolmente.
Il padrone girò la bottiglia e, con affetto, gli mostrò l’etichetta. Whisky, sì.
«Sa,» disse l’altro, levando lo sguardo sul padrone con meraviglia, «a casa non mi permettono neppure di toccarlo.» Aveva l’aria di mettersi a piangere da un momento all’altro.
«Ah, è qui che noi ne sappiamo un po’ più delle signore!» esclamò il padrone, precipitandosi a prendere due bicchieri che stavano sul tavolo accanto alla brocca, e versando in ciascuno un dito generoso. «Butti giù. Le farà bene. E non ci metta acqua. È un sacrilegio alterare roba così. Ah!» Tracannò il suo, tirò fuori il fazzoletto, si asciugò in fretta i baffi e lanciò un’occhiata di sottecchi al vecchio Woodifield, che lo mulinava tra le guance.
Il vecchio inghiottì, tacque un momento, poi disse debolmente: «Straordinario!»
Ma lo scaldò; gli si insinuò nel cervello avvizzito e freddo — e ricordò.
«Ecco cos’era,» disse, sollevandosi a fatica dalla poltrona. «Ho pensato che le avrebbe fatto piacere saperlo. Le ragazze sono state in Belgio la settimana scorsa a vedere la tomba del povero Reggie, e si sono imbattute in quella di suo figlio. Sono abbastanza vicine, pare.»
Il vecchio Woodifield si fermò, ma il padrone non rispose. Solo un tremito delle palpebre mostrò che aveva udito.
«Le ragazze erano molto liete di come è tenuto il posto,» pigolò la voce senile. «Tenuto splendidamente. Non potrebbe stare meglio neanche a casa. Lei non c’è mai andato laggiù, vero?»
«No, no!» Per varie ragioni il padrone non era mai andato laggiù.
«È sterminato,» tremolò Woodifield, «e tutto curato come un giardino. Fiori su ogni tomba. Bei vialoni larghi.» Dal tono si capiva quanto amasse un bel vialone largo.
Ci fu un’altra pausa. Poi il vecchio si rianimò in modo sorprendente.
«Sa quanto hanno fatto pagare alle ragazze, in albergo, per un vasetto di marmellata?» lagnò. «Dieci franchi! Una rapina, dico io. Era un vasettino, dice Gertrude, non più grande di una mezza corona. E non ne aveva preso che un cucchiaio quando le hanno chiesto dieci franchi. Gertrude se l’è portato via per dar loro una lezione. Ha fatto benissimo; è speculare sui nostri sentimenti. Pensano che, siccome siamo laggiù a fare un giro, siamo pronti a pagare qualsiasi cifra. È così.» E si avviò verso la porta.
«Giusto, giusto!» gridò il padrone, senza avere la minima idea di che cosa fosse giusto. Fece il giro della scrivania, seguì i passi strascicati fino alla porta e accompagnò fuori il vecchio. Woodifield se n’era andato.
Per un lungo momento il padrone restò fermo, fissando il vuoto, mentre il fattorino brizzolato dell’ufficio, osservandolo, entrava e usciva dal suo bugigattolo come un cane che si aspetta di essere portato a correre.
Poi: «Per mezz’ora non ricevo nessuno, Macey,» disse il padrone. «Capito? Nessuno.»
«Molto bene, signore.»
La porta si chiuse, i passi decisi e pesanti attraversarono di nuovo il tappeto rosso vivo, il pingue corpo si lasciò cadere sulla poltrona a molle, e chinandosi in avanti, il padrone si coprì il volto con le mani. Voleva, intendeva, si era allestito un bel pianto…
Era stato un colpo terribile quando il vecchio Woodifield gli aveva scagliato addosso quell’osservazione sulla tomba del ragazzo. Era stato come se la terra si fosse spalancata e lui avesse visto il figlio disteso là sotto, con le ragazze di Woodifield chine a guardarlo. Certo che era ben strano. Benché fossero trascorsi più di sei anni, il padrone non pensava mai al figlio se non come immutato, intatto nella sua uniforme, addormentato per sempre.
«Figlio mio!» gemette. Ma non venne una lacrima.
Un tempo, nei primi mesi e persino nei primi anni dopo la morte del ragazzo, gli bastava pronunciare quelle parole perché lo investisse un dolore tale che solo un pianto violento poteva dargli sollievo. Il tempo, aveva dichiarato allora, lo aveva detto a tutti, non poteva fare alcuna differenza. Altri uomini forse sarebbero guariti, avrebbero imparato a convivere con la perdita; ma lui no. Com’era possibile? Suo figlio era figlio unico. Fin dalla nascita, il padrone aveva lavorato per costruire quell’azienda per lui; non aveva altro senso se non in funzione del ragazzo. La vita stessa non aveva più altro significato. Come avrebbe potuto sgobbare, negarsi, andare avanti tutti quegli anni senza la promessa, sempre davanti agli occhi, che il figlio avrebbe preso il suo posto e continuato l’opera là dove lui l’avrebbe lasciata?
E quella promessa era stata così vicina a compiersi. Il ragazzo aveva lavorato in ufficio un anno prima della guerra, in apprendistato. Ogni mattina partivano insieme; tornavano con lo stesso treno. E quante congratulazioni aveva ricevuto, in quanto padre! Non c’era da stupirsi: il ragazzo si era rivelato magnifico. Quanto alla popolarità presso il personale, non c’era uno solo, fino al vecchio Macey, che non lo adorasse. E non era minimamente viziato. No, era semplicemente se stesso, luminoso e naturale, con una buona parola per tutti, quell’aria ancora un po’ infantile e l’abitudine di dire: «Splendidissimo!».
Ma tutto ciò era finito, cancellato come se non fosse mai stato. Era venuto il giorno in cui Macey gli aveva consegnato il telegramma che gli aveva fatto crollare il mondo addosso. «Con profondo cordoglio Le comunichiamo…» E lui aveva lasciato l’ufficio distrutto, una vita in disgrazia.
Sei anni fa, sei anni… Com’era passato in fretta il tempo! Sembrava ieri. Il padrone tolse le mani dal volto; era perplesso. C’era qualcosa che non andava in lui. Non si sentiva come avrebbe voluto sentirsi. Decise di alzarsi e guardare la fotografia del ragazzo. Non era neanche una delle sue preferite; l’espressione era innaturale. Fredda, persino severa. E suo figlio non era mai stato così.
In quel momento il padrone notò che una mosca era caduta nel grande calamaio e cercava, debole e disperata, di tirarsene fuori. Aiuto! aiuto! diceva con le zampette che si agitavano. Ma le pareti del calamaio erano umide e scivolose; cascava sul dorso, e ricominciava a nuotare. Il padrone prese una penna, sollevò la mosca dall’inchiostro e la scosse su un foglio di carta assorbente. Per una frazione di secondo rimase immobile sulla macchia scura che si allargava attorno a lei. Poi le zampette anteriori si mossero, si aggrapparono e, tirando su il corpicino madido si industriò nell’immensa fatica di ripulire le ali dall’inchiostro. Su e giù, su e giù, una zampa passava lungo un’ala, come la pietra arrota la falce. Poi ci fu una pausa, mentre la mosca, quasi in punta di piedi, tentava di distendere prima un’ala e poi l’altra. Alla fine riuscì e, sedendosi, iniziò, minuscolo gattino, a pulirsi il muso. Ed eccola, adesso, sfregare tra loro le zampette anteriori, con gioia. L’orribile pericolo era scampato; era salva; era pronta a nuova vita.
Ma proprio allora al padrone venne un’idea. Immerse ancora la penna nell’inchiostro, appoggiò il polso tozzo sulla carta assorbente e, mentre la mosca addestrava di nuovo le ali, lasciò cadere una grossa macchia scura e pesante. Che avrebbe fatto, adesso? Già: che cosa? La disgraziata parve del tutto atterrita, stordita, quasi avesse paura di muoversi per ciò che sarebbe potuto accadere. Poi però, come a fatica, si trascinò in avanti. Le zampette anteriori si mossero, si aggrapparono, e stavolta con maggior lentezza, ricominciò da capo.
Ha fegato, il diavoletto, pensò il padrone, e provò dell’autentica ammirazione. Così si sta al mondo; questo è lo spirito. Mai darsi per vinti; è solo questione di… Ma la mosca aveva di nuovo terminato il suo laborioso ufficio, e il padrone ebbe appena il tempo di ricaricare la penna e scuoterle addosso un’altra goccia scura sul corpo appena ripulito. E adesso? Un doloroso istante di sospensione. Ma ecco, le zampette anteriori si agitavano ancora; il padrone provò un improvviso sollievo. Si chinò sulla mosca e le disse con tenerezza: «Che carognetta ingegnosa». E arrivò perfino ad avere la trovata di soffiarci sopra per aiutarla ad asciugarsi. Ma c’era qualcosa di timido e di debole nei suoi sforzi, e il padrone decise che quella sarebbe stata l’ultima volta, mentre immergeva profondamente la penna nel calamaio.
Lo fu. L’ultima macchia cadde sulla carta già intrisa, e la mosca, inzuppata e scomposta, vi giacque senza più muoversi. Le zampe posteriori erano incollate al corpo; quelle anteriori non si vedevano più.
«E su,» disse il padrone. «Datti una mossa!» E la smosse con la penna — inutilmente. Non accadde nulla, né poteva accadere. La mosca era morta.
Il padrone sollevò il corpicino con la punta del tagliacarte e lo gettò nel cestino della carta straccia. Ma un senso così aspro e macinante di infelicità lo colse che ne ebbe quasi paura. Si sporse in avanti e premette il campanello per chiamare Macey.
«Mi porti della carta assorbente nuova,» disse con durezza, «si dia una mossa.» E mentre il povero diavolo si allontanava, si chiese quale fosse il pensiero che gli aveva occupato la mente poco prima. Che cos’era? Era… Si tolse il fazzoletto e lo fece scorrere dentro il colletto. Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordare.
