عام الفيل

L’anno dell’elefante

di Leila Abouzeid

traduzione di Matilde Piazza


Quello che segue è il primo capitolo del romanzo “L’anno dell’elefante” (‘Ām al-fīl), scritto dall’autrice marocchina Leila Abouzeid. Pubblicato per la prima volta in Marocco nel 1980, il romanzo venne poi tradotto in inglese, rendendo Abouzeid la prima scrittrice marocchina a essere tradotta in questa lingua. Nel 2005 venne pubblicata una successiva traduzione francese.

Il titolo di questo romanzo fa riferimento a un evento tramandato dalla tradizione islamica, secondo cui Dio avrebbe mandato dei piccoli uccellini ad attaccare un esercito di un re nemico composto da elefanti, che voleva colpire la Ka’ba. Per Abouzeid, i marocchini che combatterono per l’indipendenza dal colonialismo francese furono come quegli uccellini che, nonostante le loro piccole dimensioni rispetto agli elefanti, riuscirono a fermare l’avanzata nemica.

Il romanzo tratta della condizione femminile, di perdita e colonialismo: attraverso la storia di Zahra, donna divorziata, Abouzeid getta luce sulle difficoltà vissute dalle donne marocchine nel periodo immediatamente successivo all’Indipendenza e sulla fragilità della loro situazione economica e sociale.

[Le citazioni del Corano sono tratte da Il Corano, a cura di Gabriele Mandel, 2006, Torino: UTET]

La Redazione ha cercato con ogni mezzo il titolare dei diritti del racconto, senza riuscire a reperirlo: resta a piena disposizione per l’assolvimento di quanto occorra nei loro confronti.


Torno nel mio paese con le ali tarpate, il cuore pieno di sconforto. Ieri l’angoscia si è abbattuta su di me e oggi la disperazione e il turbamento sembrano essersi fatti ancora più intensi. Volevo certezze, ma quando le ho trovate non mi hanno portato a nulla. Ieri sembra ormai lontano e la vita continua a fluire, inesorabile. Questi quarant’anni mi hanno lasciata piena d’amarezza. Dico quaranta ma sembrano esserne passati di più, almeno cento o giù di lì. Ho vissuto sotto l’inganno dell’uomo che ho sposato e l’ho scoperto solo ieri. E ora eccomi tornata nel mio paese, un’estranea fra gli estranei. Me ne sono andata ancora prima di compiere vent’anni e non torno dalla morte di mia madre. Ma da chi sto tornando? E perché?

Il paese era uscito dai miei pensieri, come un certificato di cui ti dimentichi finché non ne hai bisogno per qualche motivo. Quando ha detto: «Ti arriverà la documentazione prevista dalla legge», solo allora il mio pensiero è tornato lì, in automatico. Intanto, attorno a me, i viaggiatori iniziano a raccogliere i loro bagagli, ciascuno di loro immerso nei propri pensieri implacabili. Che fare adesso?

Negli ultimi tempi, tanti uomini scarcerati sono stati rimessi in prigione. Ora come ora li capisco, ma io non tornerò dietro le sbarre. Che il destino faccia di me ciò che vuole. Non mi sento spaventata e non provo alcun desiderio di vendetta. Nessun rimpianto e nessun rancore. Ho solo la sensazione che qualcosa dentro di me si sia spento o fermato, eppure continuo a dormire e svegliarmi. L’anima è la linea di demarcazione tra i vivi e i morti. Ah, se solo mi strappassero dalle mie radici! Il pensiero mi ossessiona, ma mi manca la volontà. È incredibile quanto siamo attaccati alla vita!

Si è seduto e ha detto: «Ti arriverà la documentazione prevista dalla legge». La documentazione? Quanto poco vale la donna, se la si può mandare indietro con un pezzo di carta, come se fosse un oggetto! Quanto poco vale! Quel momento non è durato più di qualche secondo, ma ha fatto crollare le mie certezze, distruggendo tutto ciò su cui facevo affidamento. Ho sgranato gli occhi, la bocca spalancata.

«Perché?»

«Non c’è un perché».

Ha allungato la mano per prendere le chiavi della macchina ed è sgattaiolato via. Non ricordo di aver perso conoscenza, ma mi sono ritrovata accasciata, con la testa piegata e le mani distese, come se fossi stata un cadavere. Questa sciagura mi aveva colpito nel momento peggiore della mia vita, con la mia famiglia sepolta nel cimitero della città. Che fare adesso?

Osservo dall’autobus gli effetti della tempesta, che mi lasciano con l’amaro in bocca. Il vento forte ha gettato gli alberi bagnati a terra e ha strappato via le casupole. Mi viene in mente l’alluvione di sette anni fa: aveva spazzato via ogni cosa, lasciando il mio paese in miseria. Quello che la forza della tempesta ha distrutto basterebbe per ricostruire delle città intere. Il mio cuore sanguina, perché sento che questa bufera preannuncia l’arrivo di qualcosa di ben peggiore. Ma ora non posso preoccuparmene.

Arrivati alle porte del paese, i passeggeri scendono dal bus e non rimane che il fruscio del vento a farmi compagnia. Nel vecchio caffè le sedie sono appoggiate al contrario sui tavolini. È vuoto come al solito, complici il freddo e la povertà, ma continua a lottare come gli abitanti del posto.

Attraverso la piazza e sento l’odore del paese, che è un miscuglio di terra bagnata e scarti di animali. Poi varco le porte d’entrata. Di solito mi sentivo inebriata attraversandole, ma adesso, quando vedo dietro il muro le finestre incurvate delle camere deteriorate che si ergono sulla sponda del fiume, non provo niente. Ho perduto perfino la mia identità?

La profondità del fiume è aumentata dopo l’alluvione, ma le sue acque sono diminuite. Il loro scroscio risuona cupo nella desolazione del paese, tra le strade turpi e le mura scrostate. Ci sono alcuni negozi sparsi qua e là: un venditore di carbone, un sarto, un droghiere con poca merce. Le sorgenti scorrono nei loro bacini e il loro gorgoglio è incessante. La tensione mi pervade. I negozi degli ebrei sono chiusi e sbarrati, nonostante un tempo avessero scuole e sinagoghe. Dopo di loro le attività commerciali erano andate via via scemando e i prezzi erano scesi. Erano soliti commerciare, vendere la birra e praticare la magia, ma poi se ne sono andati un po’ alla volta su delle navi partite da Tangeri. Ora è come se fossero degli spettri che attraversano il paese, parlando un arabo pessimo.

Mi torna in mente una figura dritta, corpulenta, con la testa fasciata da un ampio fazzoletto che penzolava, di forma triangolare e circondato da fili attorcigliati, come lo scialle di una ballerina di flamenco. Questa immagine risale a vent’anni fa, anzi, venticinque, che fu l’ultima volta in cui vidi Rahma appoggiata allo stipite della porta di casa sua.

Ogni volta che entravo nel nostro vicolo, trovavo delle donne ebree alla porta di Rahma. Tra lei e queste donne esisteva un patto inviolabile: Rahma leggeva loro le carte e le donne in cambio le offrivano dei doni, le baciavano la mano e la riempivano di benedizioni prima di andarsene. Ora che i suoi commerci si erano spenti per sempre, se ne stava rintanata all’interno della sua buia casa.

Se anche dimenticassi tutti gli abitanti della mia via, non potrei dimenticarmi di Rahma, perché ho una grande quantità di ricordi che la coinvolgono. Ho memoria di lei da quando ho aperto gli occhi su questo mondo e da allora continua a pulsare con forza nella mia immaginazione. Ai miei occhi era una creatura imponente, al di là di qualsiasi comprensione. Aveva i capelli tinti di rosso ed era solita avvolgere la sua testa in un fazzoletto giallo brillante, da cui pendevano dei fili di seta che si mescolavano con le punte dei suoi ricci e che era fissato con un orlo foderato dai colori vivaci. Aveva una voce squillante, una personalità tagliente e spudorata e le sue offese arrivavano con la forza di un pugno sul naso. Trascorreva le giornate sulla soglia di casa sua, coprendosi le gambe durante i mesi freddi, e chiunque imboccasse la nostra via si fermava a confidarsi con lei. Se due persone si mettevano a disquisire di qualunque argomento, lei s’inseriva nella conversazione. Non c’era un’altra donna come lei nel paese e la sua fama arrivava lontano, fino al limitare tra la pianura e le montagne. Riusciva a immagazzinare a lungo nella sua mente una notevole quantità di scandali e segreti e, quando dichiarava guerra a qualcuno, le donne accorrevano alle porte o alle terrazze per guardare, mentre i passanti si riunivano, trasformando la via in una scena teatrale. Non la infastidiva niente, tranne le allusioni alle sue origini, di cui non si sapeva nulla. Chi era? Da dove veniva? Com’era arrivata qui? Nella mia vita non ho mai incontrato nessuno che lo sapesse e molti se ne sono andati senza scoprire il segreto che serbava nel suo cuore, che si sarebbe portata nella tomba. Quanto più le sue origini rimanevano ignote, tanto più si addensava la coltre di mistero, che creava terreno fertile per i pettegolezzi. Di lei si diceva che fosse una strega, una spia, che avesse “un passato”. La verità la sa solo Dio. Tuttavia, queste dicerie l’addoloravano, spingendola a reagire in maniera aggressiva, rifiutando ogni offerta di pace. Dalla sua porta aperta si sprigionava sempre il suo canto particolare, che ella indirizzava ai suoi nemici come se fosse una lancia. Suggestionati dai racconti dei grandi, noi piccoli eravamo convinti che in casa sua ci fosse una porta magica che si apriva su un cunicolo connesso alla grotta situata all’entrata del paese e conduceva verso una terribile prigione sotto la terra di Meknes, dove venivano portati i bambini che si comportavano male. Per non parlare delle giare e dei bauli che pensavamo nascondesse Rahma, ripieni di tesori risalenti all’epoca di Re Salomone.

Una volta litigò con mia madre. Le due si scambiarono insulti mentre Rahma sedeva come al solito, bloccando la porta d’ingresso con la sua mole. Dopo qualche tempo, in un attimo di distrazione, rapì la mia sorellina più piccola, costringendoci a vagare per il paese come dei matti mentre lei, dalla sua postazione, ci osservava e muoveva il suo bastone con fare minaccioso. Dopo l’episodio del rapimento, quella strana donna iniziò a volare nella mia immaginazione, librandosi nei suoi cieli fiabeschi. Mi ammaliava, esercitava su di me la sua magia, mi attirava a sé come una farfalla viene attratta dalla luce. Per questo motivo, avevo deciso di intrufolarmi nel suo regno, per svelare questo mistero una volta per tutte; quindi, iniziai ad avvicinarmi a sua figlia. Già, Rahma aveva una figlia più piccola di me che lei affermava essere sua, anche se nessuno le credeva. Come con il suo bastone, non si separava mai da lei e quando camminava si appoggiava a turno sull’uno o l’altra, barcollando un po’ e fermandosi a riprendere fiato di tanto in tanto, scena che bloccava l’intera strada. Facevo tutti gli sforzi possibili per avvicinarmi alla bambina e, quando Rahma finalmente mi chiamò per giocare a campana con sua figlia, mi affrettai ad andare. La madre ci osservava mentre saltellavamo con un piede solo sui rettangoli che avevamo disegnato sulla pavimentazione della via. I giorni passarono, finché il nostro rapporto non si consolidò e venni finalmente invitata a entrare in casa loro. Gli altri bambini mi guardarono affascinati mentre mettevo piede sulla soglia. Mi sentivo spaventata dall’ignoto, ma avanzai con trepidazione, a passo sicuro, come qualcuno che entri in un film horror e sa cosa aspettarsi. Diedi una rapida occhiata d’insieme all’interno dell’abitazione e vidi alcune tinozze a terra, delle porte chiuse e un ampio cortile, al cui centro si ergeva un fico. In un’insenatura del tronco c’era una schiera di bambole fatte di canna, poggiate su dei piccoli cuscini. Le bambole, nonostante il loro fascino, non catturarono la mia attenzione, dal momento che ero impegnata a osservare quelle porte sospette, buie e silenziose: sicuramente era lì che si nascondevano i bauli pieni di tesori! A un certo punto, da una delle porte si sentirono dei suoni, come di piedi che camminavano sulla paglia, quindi aguzzai i miei sensi, cercando di immaginare cosa potesse nascondersi nella stanza: forse una creatura antropomorfa dotata di corna, coda e zampe! Provai a convincermi che la stanza non nascondesse altro che un animale domestico, come una capra, ma le immagini che mi ero formata nella testa mi sembravano troppo concrete e realistiche per accettare questa spiegazione; quindi, rimasi ancorata a quella di prima. Niente batte la capacità dei bambini di usare la fantasia, tranne la loro capacità di crederla reale. Parlando della figlia di Rahma, i bambini dicevano che, appoggiandosi su di lei, sua madre le avrebbe bloccato la crescita. E il bello è che ci credevano! Ma quando lasciai il paese per trasferirmi a Casablanca, lei era diventata un’adolescente slanciata e aggraziata dalle trecce brune e rigogliose, che le cadevano sulle spalle esaltando la sua bellezza.

Quando abitavo a Rabat, nel periodo dopo l’Indipendenza, trascorsi la Laylat al-Qadr, la Notte del Destino,nella medina della città, facendo un giro dei santuari e delle mete di pellegrinaggio principali. Mi mossi tra la folla, che era piena di bambini che digiunavano per la prima volta. Le femmine erano vestite in maniera elegante e avevano i visetti truccati, tanto da sembrare delle bambole di legno avvolte nella stoffa bianca. Altri bambini si muovevano tra i caffè affollati, cercando di ingraziarsi i clienti offrendosi di lustrare le loro scarpe. Altri ancora s’improvvisavano venditori di candele, sostando all’entrata dei mausolei e tirando le maniche di ogni visitatore che entrava per richiamare la sua attenzione. Ogni tanto qualcuno perdeva la pazienza e li sgridava, portando i bambini a cercare una nuova vittima.

Sotto la tettoia di una lunga stradina le persone avanzavano in fila indiana, come tante piccole formiche. In quel momento vidi un gruppo di mendicanti le cui suppliche erano chiaramente udibili anche nel frastuono e tra loro, con mio orrore, mi accorsi che c’era anche la figlia di Rahma con un bambino in braccio che allattava. Aveva lo sguardo abbassato, i capelli impolverati e le mani macilente come non avevo mai visto prima. A un certo punto, alzò la testa e i nostri occhi s’incontrarono, provocandomi un forte turbamento. Ma proprio allora la fiumana di gente mi spinse più avanti e mi ritrovai nel patio di un mausoleo, lasciando impressa di fronte a me l’immagine di quelle mani scarne e di quello sguardo abbattuto. Cosa le era successo? Oggigiorno le donne devono affrontare problemi di ogni tipo, lo sappiamo bene, ma cosa potrà mai averla ridotta così? Ero molto agitata e provai imbarazzo all’idea di averla messa a disagio. Non sapevo cosa fare, quindi rimasi nel mausoleo e quando finalmente uscii lei non c’era più. Non sarebbe stato facile trovarla in quella ressa. Da quel momento, ogni qualvolta andassi nella medina la cercavo, ma non la rividi più.

Ed eccomi ora di fronte alla casa di Rahma, situata a metà del lato sinistro della via. Ora però la porta è chiusa a chiave. Sarà passata a miglior vita? La nostra casa, invece, è rimasta sempre la stessa. È l’unica certezza che ho. L’abbiamo divisa tra noi fin da subito, dopodiché sono subentrati degli affittuari. Supero la soglia e vedo le porte chiuse attorno al patio, così come le lasciavamo anche noi all’inizio dell’autunno. Busso alla porta della mia camera ed esce fuori la nuova inquilina. Mi riconosce non appena mi tolgo il velo e, dopo un po’ d’insistenza da parte mia, mi lascia entrare. La stanza è talmente spoglia da far sentire insignificante anche me. Ragiono su cosa dire alla donna per spiegare la mia presenza, ma l’attesa non fa che accrescere la sua aspettativa. Doveva essersi preparata a qualcosa di assurdo, perché non batte ciglio quando le dico: «Vorrei tornare a vivere nella mia stanza».

Pensa che stia cercando di truffarla. Siccome non c’è modo di persuadere qualcuno senza rivelare qualche segreto, dico senza troppi fronzoli: «Ho divorziato da mio marito e questa stanza è l’unica cosa che possiedo ancora».

Osservo la sua reazione: aggrotta la fronte, spalancando la bocca e richiudendola subito dopo. Da noi, il divorzio è una gigantesca catastrofe. Le mie parole hanno l’effetto desiderato: le sue potenziali obiezioni vengono infrante sotto i colpi della Legge. «Libererò la stanza», dice semplicemente. Balbetto un ringraziamento e declino il suo invito a rimanere per bere una tazza di tè. So quanto vale una tazza di tè per una donna povera come lei e ora devo pensare a trovare un posto dove passare la notte. Mi accompagna alla porta e m’incammino, l’andatura zoppicante come se fossi veramente malata.

Fango, sterco, macerie, stalle, un netturbino che suona il flauto dietro un asino carico di spazzatura: il mio paese è ancora immerso nel ventre della storia, fatta eccezione per la plastica e l’elettricità, che sono ormai arrivate ovunque. Ed ecco il mausoleo, bianco, rettangolare, sormontato da una cupola. Ho le scarpe coperte di fango, quindi le scrollo, le raccolgo ed entro.

Il faqih sta accucciato in un angolo, impegnato a scaldarsi di fronte a un braciere: è vecchio come casa nostra e lo conosco da sempre. Lo vedo e sento il mio cuore calmarsi. Per un attimo, ho temuto che anche lui se ne fosse andato, come Rahma. Non è cambiato di una virgola, come se il tempo non avesse nessun effetto su di lui. Anzi, forse qualcosa è cambiato: la sua barba ora è più bianca. Prendo la sua mano e la bacio, sentendone il calore e la morbidezza. Lui non mi guarda. Mi siedo e sollevo l’estremità del materasso, infilando le mie scarpe lì sotto. Ah, che barba bianca! Quanti anni avrà mai? Settanta? Ottanta? Di più? Questa era proprio la stessa cosa che ci dicevamo quando ero piccola, quando mia nonna era lì. Era un’allieva dello sheikh e non smetteva mai di lodarlo. Che Dio l’abbia in gloria! Quando prendeva parte agli incontri del dhikr, la presenza dell’uomo la sconvolgeva talmente tanto che veniva travolta da violenti spasmi, finché non perdeva coscienza. Quando non veniva invitata a queste riunioni si lamentava e piangeva. Mi portava sempre con sé e ogni volta che andavamo da lui percepivo una sensazione di pericolo. Lei si faceva discendere un lembo del velo di lana sul viso. Era il velo che indossavano tutte le nostre donne, che le faceva sembrare delle tende bianche mentre camminavano per i vicoli. Quando arrivavamo al venditore di cereali e svoltavamo verso il mausoleo la paura mi assaliva. Questa sensazione era talmente forte che entrambi, il venditore e la paura, mi sono rimasti scolpiti nell’anima e mi fanno compagnia persino ora che sono cresciuta e diventata una donna.

Adesso, guardo lo sheikh e lo trovo immerso nella lettura, in silenzio. L’ansia mi opprime e mi sento come se non riuscissi a respirare. Non riesco a dire quello che vorrei. Ah, quanto sono inadeguate le parole! Al muro è appeso un vecchio pannello con inciso il nome di Dio a grandi lettere e una palla di vetro colorata pende dal tetto come decorazione. Lo sheikh borbotta delle parole in berbero, che né la memorizzazione del Corano, né una vita intera passata nel paese sono riuscite a rifinire. Lo sento dire: «Talché la terra, pur vasta, parve loro angusta»1 e io mi blocco, incantata da tanta eloquenza. È esattamente quello che sento dentro, che non sapevo come mettere a parole. Lo sheikh tace e io prendo parola: «Posso passare la notte qui… Signore?».

Volevo chiamarlo con il suo nome ma in questo momento mi sfugge. Lo guardo e il suo viso riflette la purezza della sua anima. «Non hai un altro posto dove andare?», mi chiede.

«Non mi rimane altro che questo posto. Mio marito ha divorziato da me».

Il suo volto s’incupisce. Le mie parole fanno vacillare anche me. Incredibile come non abbiano perso la loro intensità. Piano piano vengo invasa da una forte emozione che mi soffoca e le lacrime iniziano a scorrermi sul viso. «Non piangere!», mi dice lo sheikh.

Tuttavia, il mio pianto s’intensifica, finché non inizio a singhiozzare. Piango per la mia vita, per il senso di smarrimento che provo persino lì, nella mia casa. A un certo punto, le mie lacrime si asciugano e mi sento rigenerata.

«Il tuo accento è di queste parti, su questo non c’è dubbio», mi dice lo sheikh.

È vero, mi è rimasto addosso come l’odore del pesce. L’accento e la mia stanza sono le uniche due cose che questo paese mi ha lasciato.

«Non mi riconosce, signore?», gli dico.

«No».

«Sono Zahra, la nipote di Kenza. Era un’assidua frequentatrice di questo posto, se la ricorda?».

Il suo volto s’illumina di gioia e mi stupisco di quanto una persona possa cambiare espressione a tal punto.

«Questo è ciò che il Destino ha voluto per te», mi dice con un sospiro di rassegnazione.

«Questo è ciò che l’Indipendenza ha voluto per me», gli rispondo, con una punta di provocazione.

«Per quale ragione?».

Sento la rabbia montarmi dentro, quindi sbotto: «Non mangio con la forchetta, non parlo francese, non siedo con gli uomini. È sufficiente o devo continuare?».

«Queste sono le loro abitudini?».

«Io non sono che una vecchia moneta adatta a stare nei musei. I loro uffici ora hanno bisogno di donne moderne».

Guardandomi come se fossi appena tornata da Marte, mi dice: «I principi sono le cose più fragili che abbiamo, la gente li dimentica in fretta».

«Tutti li dimenticano, la nazione stessa se li dimentica».

«Non ti rimane niente?».

«Nient’altro che una stanza nella casa di mio padre, che verrà liberata a breve e un assegno di mantenimento valido per tre mesi e dieci giorni».

«Ma il paese è pieno di tuoi parenti!».

«Sono rimasti solo quelli più lontani, con cui da tempo non ho più alcun rapporto. In che modo potrebbero aiutarmi? Li conosco, non farebbero che dirmi: “Sei stata assente così a lungo che ci siamo dimenticati di te… Come riesci a sopportare tutto questo? Ci dispiace per la tua sventura…”. No. Non cercherò nessuno».

«La solitudine è come un coltello affilato per una donna nella tua situazione».

«Provo disgusto per le persone e persino per me stessa. Ogni cosa non fa che ammalarsi, inaridirsi, deludermi. Cosa sta succedendo, signore? Sono vittima di un incantesimo?».

«Stai attenta! Quella è una palude melmosa che ti soffocherà, se ci metti piede».

«Ma il Profeta stesso fu vittima di incantesimi».

«Che Dio lo benedica e gli conceda la pace».

«Questo Lei lo sa bene».

«Il mago non prospera, ovunque vada»2.

«Almeno si tratta di un malocchio?».

«Solo Dio lo sa».

«E Dio? È possibile che mi abbia abbandonato?».

Si volta e, tra i suoi balbettii, gli cade un grano del rosario dalle mani.

«Perché Dio permette che accadano le ingiustizie?».

«Abbiamo fatto di alcuni di loro una prova per gli altri»3, recita, per poi tornare ai suoi mormorii. Poi aggiunge: «Pregare il Profeta aiuta a liberarsi dell’angoscia e a purificare l’anima, come si pulisce un vestito bianco dalla sporcizia».

«È questo paese a essere immerso nella sporcizia!».

«Ma c’è anche tanto bene! Se non fosse così, saremmo stati già divorati dalla rabbia».

«Eppure, la rabbia non ci ha già divorato? La vita ha perso il suo gusto e l’angoscia circola nell’aria».

«L’angoscia non dura a lungo».

«Ho deciso di conviverci. Molti uomini che conosco la curano con il vino, invece io l’affronto completamente sobria».

«Gioiscine! La pazienza è indice di fede».

«Oppure ho perso la testa».

«La tua situazione si risolverà, figlia mia. Nella prossima vita riceverai le dovute ricompense».

«E in questa vita? Niente di niente o poco più».

«Questa vita è solo apparenza: la vita vera è quella prossima. Quindi, abbiamo fede e lodiamo il Signore!»

Mi lascia un istante, per poi tornare con un bicchiere d’argilla pieno d’acqua, del pane d’orzo e un cartoccio di olive nere. Mangiamo in silenzio, poi mi conduce verso un materasso con una coperta. Dopodiché, si allontana.

Sono esausta dagli sforzi della giornata. Pensavo di essermi addormentata immediatamente, ma ripensandoci quella mattina, ricordo di aver udito le gocce di pioggia battere sulla spalliera delle vigne delle case circostanti, creando un suono che sembrava provenire dalla mia infanzia.

Fino al pomeriggio rimango nel mausoleo, poi mi avvio dall’affittuaria della mia stanza. Visto che gli ebrei se ne sono andati, non sarà difficile per lei trovare una nuova sistemazione. All’entrata della nostra via vedo delle bambine giocare con la corda, mentre altre portano dei neonati sulla schiena. Nonostante siano povere, i loro volti riflettono una buona salute, sicuramente perché bevono tanto latte. Qui le famiglie mandano le loro mucche nelle montagne e ne tengono solo una o due con loro, in modo da mungerle e ottenerne degli alimenti che consumano e distribuiscono gratuitamente, per la fortuna di quelle bambine.

Mi fermo a osservarle. La loro felicità mi lascia incredula. In loro rivedo la me di quattro decenni fa. Se solo avessimo saputo come sarebbe stata la vita adulta, avremmo goduto appieno della gioia dell’infanzia. Ho paura per quelle bambine, per quello che il futuro ha in serbo per loro.

“La documentazione prevista dalla legge”! E cosa sarebbe? Un assegno d’indennità valido per cento giorni?

Trovo i bagagli dell’inquilina nel patio di casa. La vedo arrivare assieme a un facchino, che si carica tutto in spalla ed esce, la testa piegata verso il petto. La donna mi porge le chiavi e si precipita a raggiungerlo.

Entro nella stanza e mi guardo attorno, esaminandola. È completamente vuota e desolante. Inoltre, le sue dimensioni sembrano essersi rimpicciolite. A ogni modo, ringrazio Dio di avere almeno questa camera. Faccio ritorno dallo sheikh e gli dico: «La mia stanza è libera, quindi non La disturberò ulteriormente. Non so come ringraziarLa».

«Non devi ringraziare me, ma Dio».

Bacio la sua mano e faccio per andarmene, ma lui mi ferma, dicendomi: «Porta con te il materasso e la coperta».

Vorrei ringraziarlo, ma non trovo le parole per farlo. Nella mia vita non mi sono mai trovata in una situazione tanto disperata. Sollevo il carico e mi metto in cammino, sentendomi insignificante. Lo sheikh è l’unico faro in un’epoca dove perfino i predicatori navigano nel peccato.

E così, in quella piccola stanza nella casa di mio padre trascorro la seconda delle mie cento notti. Le conto, così come Shahrazad contava le sue mille notti.

1 Corano, 9:118

2 Corano, 20:69

3 Corano, 25:20