Lo strumento di Munavvar
di Fazliddin Muhammadiev
traduzione di Rebecca Ciattini
Fazliddin Muhammadiev fu uno scrittore, giornalista, sceneggiatore e traduttore tagìco. Nato nel 1928 a Samarcanda, studiò a Mosca e si stabilì poi a Dushanbe, nella RSS del Tajikistan, dove collaborò con diverse riviste di rilievo; morì nel 1986.
Pur aderendo al realismo socialista, sviluppò un linguaggio artistico personale che lo contraddistinse nel panorama letterario dell’epoca. Nelle sue opere pose al centro l’individuo in una società in trasformazione, esplorandone la psicologia con empatia e sottile ironia. Il racconto, probabilmente degli anni Sessanta, fu inserito nella raccolta postuma Sozi Munavvar, alla quale diede il nome, pubblicata nel 1990 e riedita nel 2016.
Le sue opere sono completamente inedite in Italia.
La Redazione ha cercato con ogni mezzo il titolare dei diritti del racconto, senza riuscire a reperirlo: resta a piena disposizione per l’assolvimento di quanto occorra nei loro confronti.
L’amore ha un inizio, ma non una fine.
Sa’di
Said Amon era seduto accanto a un campo di grano, appoggiato su una coperta contro il tronco di un vecchio gelso.
Il disco del sole era da tempo scomparso alla vista, ma a est della gola la cima innevata della montagna splendeva ancora dell’oro degli ultimi raggi e sembrava la corona di una sposa.
Da un cortile proveniva il rumore basso e regolare di una zangola. Da lontano, dal ciglio della strada principale, si sentiva il muggito delle mucche che tornavano dal pascolo, che rispondevano ai richiami dei loro impazienti vitelli con altrettanta irrequietezza.
Said Amon era felice che quel giorno il suo lavoro fosse andato bene. Era contento, soddisfatto e grato della sua professione – gli studi sul folklore –, di essere arrivato in quell’angolo sperduto del Badakhshon, delle persone che aveva conosciuto quel giorno, di quella splendida serata, di quei colori e quei suoni incantevoli, di quel villaggio piccolo e ordinato; insomma, di tutto.
Adesso osservava avidamente le grandi rocce che spuntavano da ogni lato nel campo di grano e nel terreno roccioso accanto ad esso. Solo un minuto prima avevano preso un colore scuro, tendente al viola, e nella semioscurità del crepuscolo agli occhi di Said Amon parevano misteriose creature del sottosuolo, che un bel giorno, forse mille o diecimila anni prima, rapite da una curiosità soffocante si erano chieste: «ma quindi, cosa succede sulla Terra?», ed erano uscite dalle loro tenebre fino alla vita o fino alle ginocchia; avevano visto la bellezza della terra di giorno e quella del cielo di notte, e, incantate, erano rimaste immobili in quella posizione…
Said Amon notò che all’improvviso il silenzio regnava in tutto il villaggio. Il rumore della zangola si era fermato. Era cessato il rombo del macchinario che dal mattino fino a quel momento sulla riva del fiume aveva frantumato rocce per farne calce. Nelle strade e nei vicoletti del villaggio i bambini correvano e facevano chiasso. Qualcuno li sgridò e li fece disperdere. Solamente, di tanto in tanto, il passaggio del vento diffondeva il gorgoglìo vivace del fiume Panj, che si elevava dalle profondità del suo letto roccioso nello spazio della gola, sui campi, sui prati, sulle distese di pietre.
Un silenzio improvviso suscita ansia e preoccupazione nel cuore di chiunque. Said Amon, divenuto irrequieto, si alzò e si diresse verso la veranda che i padroni di casa avevano destinato al suo riposo.
«Vieni, ospite», disse la padrona di casa, una donna di mezza età, alta e dalla pelle chiara, che indossava un cappello rotondo ricamato in oro, calato fino alle sopracciglia.
«Vieni», ripeté lei e, dopo aver acceso la luce elettrica che pendeva dal soffitto della veranda, mise una tovaglia sul tappeto decorato che aveva steso accanto al piccolo, fragile letto singolo. Sulla tovaglia mise due, tre pagnotte, una ciotola di yogurt e un piattino con del sale, e tornò in cucina…
“Che strano, è diventato tutto silenzioso. Possibile che la gente di questo villaggio vada a dormire tutta nello stesso momento?”. Said Amon non fece in tempo a formulare questo pensiero, che da qualche parte giunse il suono di uno strumento a corde. La musica era simile a quella di un tanbur. L’ospite si fece tutto orecchi. Il suono veniva dall’alto, da dove si trovavano le case, che salivano sempre più in alto arrampicandosi sulle pendici della montagna come i gradini di una grande scalinata.
La padrona di casa apparve sulla soglia della veranda con una ciotola piena tra le mani, e con un cenno invitò l’ospite a finire di mangiare. All’aria aperta, lontano dai tetti e dai muri degli edifici, la musica arrivava limpida. Il musicista suonava a intervalli il preludio di un brano delle montagne, apparentemente accordando il suo tanbur.
La padrona di casa mise sulla tovaglia la ciotola che aveva in mano e si sedette a qualche passo da Said Amon, sulla riva di un ruscello secco, e ascoltò la melodia.
Il musicista invisibile, dopo aver accordato il suo strumento, si fermò per un momento, poi ricominciò a suonare.
«Chi è? Chi sta suonando?», chiese Said Amon alla padrona di casa.
La donna si mise un dito sulle labbra e gli fece segno di tacere, avrebbe risposto più tardi. Il musicista doveva essere a una distanza di almeno duecento passi da dove si trovava Said Amon, forse addirittura più in alto, ma il suono delle corde pizzicate giungeva fino a lì con estrema chiarezza.
Ciò che l’ospite sentì somigliava ai più bei canti di montagna che aveva sentito fino a quel momento, ma non era paragonabile a nessuno di essi. I delicati battiti della melodia ondeggiavano nell’aria cristallina e danzavano con grazia fino a raggiungere quella cupola di luce tremolante che era l’immagine splendente delle luci della città.
Ogni anno nel mese della Bilancia – un mese di equilibrio tra giorno e notte e tra caldo e freddo –, nel limpido cielo d’autunno si può osservare uno spettacolo straordinario: da qualche parte compaiono fiocchi di cotone morbidi come la seta e svolazzano sugli alberi dalle foglie dorate e sui campi coltivati, che si riposano dopo aver offerto il proprio raccolto annuale. Un vento invisibile che agisce anche nelle giornate più calme appende alcuni di questi fili lucenti sulle cime degli alberi più alti, e loro rimangono lì, sotto la luce del sole splendente, fino alla prima pioggia o alla prima neve. Il vapore dei campi sospinge verso l’alto i fiocchi di cotone che non sono rimasti impigliati da nessuna parte, e loro fluttuano per molte ore sui delicati arbusti dove riposano le aquile, e abbagliano gli occhi dei bambini di campagna con il loro magico splendore.
Said Amon ascoltò il suono dello strumento suonato dal musicista nascosto, e vide proprio questa immagine davanti agli occhi. “Perché quel suono era così bello?”, pensava. Era come un lamento, ma in realtà se fosse stato un lamento non avrebbe avuto quei battiti vivaci che facevano venire voglia di ballare e non gli avrebbe fatto venire in mente l’immagine commovente del volo del mese della Bilancia e le acrobazie gioiose degli uccelli.
“O forse questo è davvero un lamento?”, si chiedeva tra sé e sé il giovane studioso. Sì, questo è un dolce lamento sulla vita. Racconta dei giorni felici e spensierati della gioventù ed è come se si lamentasse con la vita, chiedendole: «perché non mi hai avvisato che quei giorni stavano finendo?».
La musica finì.
La padrona di casa sospirò, si alzò dalla riva del ruscello e piano piano tornò alla veranda, assorta nei pensieri. Prese la ciotola che giaceva ancora sulla tovaglia, e, senza guardare l’ospite, disse:
«La zuppa si è freddata, vado a scaldarla e ve la porto».
«Non c’è bisogno», protestò Said Amon, «bastano il pane e lo yogurt, non ho molta fame».
«Come desiderate».
La donna tornò in cucina, ma dopo qualche secondo tornò dall’ospite e disse:
«Avete chiesto il nome di quell’uomo. Si chiama Munavvarshoh».
«E che mestiere fa?».
«Timona una zattera… Pianta alberi… Suona il tanbur…». La padrona di casa elencò tutti insieme i talenti del musicista sconosciuto, poi disse: «Bene, buonanotte», e tornò in casa.
* * *
Anche la sera successiva, quando nel cielo basso e vicino alla gola iniziarono a splendere le prime stelle, nei dintorni calò il silenzio. Le radio e i ricevitori furono spenti. Tacquero all’improvviso, come se avessero ricevuto un ordine o un allarme, le donne nei cortili che comandavano i propri familiari, e i bambini che, se non fossero intervenuti gli adulti, avrebbero continuato il loro baccano fino a notte inoltrata.
Said Amon quel giorno aveva sentito parlare del musicista sconosciuto e sapeva che sia quella sera che quella successiva si sarebbe seduto in cima al villaggio e avrebbe suonato il suo magico strumento.
L’ospite desiderava vedere quest’uomo da vicino e conoscere tutti i segreti della sua arte. Iniziò a percorrere un sentiero stretto che saliva costeggiando la fila di cortili. Risuonò forte il suono delle corde. Come il giorno precedente, il musicista accordava il suo strumento suonando abilmente un preludio. Prima pizzicava le corde una alla volta, poi due alla volta, soppesandone il suono. A volte toccava tutte le corde contemporaneamente esaltandone la splendida vibrazione, e per qualche secondo restava in ascolto.
Il sentiero che aveva intrapreso terminava con un muro di rovi. Nella semioscurità il giovane studioso, facendosi strada con le mani, lo attraversò e si ritrovò in una stradina sterrata.
Il musicista stava ancora accordando il suo strumento. Il suono del suo strumento arrivava cristallino alle orecchie. La natura aveva modellato le pendici di quelle montagne a semicerchio, proprio come gli anfiteatri dell’antica Grecia, così che la voce di una persona o qualsiasi altro suono potessero viaggiare da un lato all’altro del villaggio senza incontrare alcun ostacolo. Questo donava forza ai suoni, specialmente alla melodia delle corde, un dolce ronzio, un cinguettio delicato come un’eco.
Era a trenta, trentacinque passi dalla veranda illuminata da cui proveniva il suono del tanbur, quando alle spalle di Said Amon qualcuno lo chiamò. Un uomo disse qualcosa nel dialetto del Pamir che l’ospite non capì. Ignaro di cosa volesse l’uomo, stava riflettendo tra sé e sé se proseguire per la sua strada, quando il padrone della voce gli arrivò accanto.
«Ah, fratello, sei tu?», gli disse dopo averlo visto più da vicino. Lui era un uomo alto, di bell’aspetto e con i baffi, che aveva incontrato quel giorno davanti alla scuola. Quando aveva visto i capelli biondi, gli occhi del color del cielo, e in generale i suoi tratti simili a quelli dei popoli dell’estremo Nord, aveva pensato che l’uomo fosse un qualche studioso europeo. Per questo, nel cortile della scuola aveva posto domande ad altri del villaggio, ma lui, che secondo Said Amon non poteva offrire una cura ai dolori di uno studioso di folklore, non lo aveva interpellato neanche una volta. Il biondo era rimasto seduto in un angolo, in silenzio, con un sorriso sulle labbra.
«Vieni qui», disse l’uomo con tono autoritario, lo prese per mano e lo condusse più avanti, fino all’ingresso del proprio cortile. Attraversarono una porticina bassa. L’uomo portò Said Amon sul confine del suo cortile, e indicò in basso. Più in basso c’era un altro, ampio cortile, quello dei suoi vicini, e ora erano in piedi sul tetto di una delle loro case.
I membri di quella famiglia erano in cortile, seduti in cerchio su un’ampia pedana di legno, e parlavano tra di loro a bassa voce.
«Guarda, stanno aspettando tutti Munavvarshoh», disse il biondo.
Said Amon avrebbe voluto dire che anche se non avesse visto questa scena avrebbe comunque saputo che tutti lo aspettavano. Quel giorno la gente, chi più, chi meno, glielo aveva raccontato. Ma di nuovo, il padrone di casa spiegò:
«Lui non suona davanti agli altri. Gli altri cortili non si vedono da qui, ma da tutte le parti la gente lo aspetta. Non angosciarti, ospite, fratello».
L’uomo accese la luce e fece sedere Said Amon su una panca davanti a casa sua su cui c’erano dei morbidi cuscini, poi andò a riempire d’acqua un bollitore di ferro e lo mise sul fornello.
Munavvarshoh iniziò a suonare. Quella sera dal suo strumento veniva fuori una melodia triste. Il brano che stava suonando chiaramente raccontava del dolore della separazione e di brucianti pene d’amore.
Said Amon aveva visto e sentito più volte esibizioni di grandi musicisti. Oggi la radio, il teatro e la televisione rendono accessibili al popolo le opere di ogni artista poco dopo che diventano famosi. Che mezzi ideali per permettere a tutti di beneficiare dell’arte di questi maestri.
Nonostante questo, il giovane studioso fino a quel momento non aveva mai sentito un musicista rendere un brano ordinario così tanto caloroso e colorato con il dolore e la passione del proprio cuore. Sotto l’influenza della musica sulla sua mente, all’improvviso giunse alla conclusione che era come se Munavvarshoh nella vita avesse fretta, come se si fosse promesso di riversare il prima possibile sulle orecchie di chi ascoltava, con le corde del suo strumento, quel mare in tempesta che erano le sue emozioni, e che in questo modo avrebbe ripagato quanto prima qualche debito…
Le dolci onde di quel suono magnifico avvolsero tutto l’essere di Said Amon. Si sentiva come se tutto il suo corpo fosse diventato leggero e vagasse lieve come brezza mattutina insieme alla sua anima, divenuta così delicata in un viaggio verso le meraviglie di un mondo sconosciuto.
Se quest’uomo riusciva a raccontare il mondo delle sue emozioni in modo così cristallino senza dire una parola, ma solo con la voce delle sue corde d’argento, allora non doveva essere una persona comune. Era, indubbiamente, un taumaturgo. Chi ha mai visto o sentito di qualcuno che abbia conquistato le menti e i cuori della gente di un intero villaggio, per quanto piccolo, con le melodie del suo strumento? E questo episodio non era isolato, stando a quello che diceva la gente, ma si ripeteva da qualche anno in ognuna delle giornate che offriva il clima di montagna…
«Prego, ospite, bevi il tè».
«Fratello, vi prego, ditemi, perché suona ogni giorno? Scusatemi… Volevo dire, perché si comporta così, qual è il suo segreto?».
«Segreto? Non c’è nessun segreto. È innamorato, tutto qui».
«Innamorato di chi? Dopotutto, dicono abbia cinquantadue anni! Non ha una moglie?».
«Non ce l’ha».
«E allora di chi è innamorato?».
«Di sua moglie».
Il padrone di casa, vedendo lo stupore del suo ospite, disse con un sorriso:
«Ah, ospite, fratello, questa è una storia lunga. Faresti meglio a chiederla a Munavvar in persona. È un barcaiolo».
«Forse fa la spola con la barca da un lato all’altro del confine?».
«Non da un lato all’altro del confine. Sul nostro territorio. Sei stato a Khorog?».
«Sì».
«Su quella strada?».
«No, in aereo».
«Allora non l’hai visto. Devi andare in macchina. Dopo un po’, vedrai un fiume che esce da una gola e sfocia nel Panj. La barca di Munavvarshoh fa attraversare quel fiume alle persone e alle macchine».
Il biondo guardò per un attimo in alto, verso la veranda ancora illuminata del musicista, poi si sedette in silenzio.
«Non mi direte nient’altro?».
«Tu, ospite, fratello, sei uno studioso. Scoprilo tu stesso. Non offenderti, ma tu hai raccolto proverbi e modi di dire già pronti, ti sei abituato al lavoro facile. Non ti offendere, ma è vero».
«È vero», disse Said Amon ridendo svogliato.
«Ascolta, ospite, cosa ha detto Hiloli:
Chi ha riempito la sua coppa del vino dell’amore
S’è trovato l’amaro in bocca per i sedimenti del dolore.
Come se tutte le pene del mondo, in un sol posto
Si fossero riunite, e le avessero chiamate ‘amore’».
Il padrone di casa si fermò un attimo e ripeté il secondo verso della quartina, poi disse:
«Quando ti troverai faccia a faccia con Munavvarshoh, ricordati di questa poesia. Bene, adesso andiamo a dormire. Se vuoi, puoi rimanere qui a casa mia».
L’ospite ringraziò e tornò al proprio alloggio.
* * *
Said Amon risaliva lungo il fiume Panj, camminando in direzione opposta rispetto alla corrente. Da ogni parte – proprio da ogni parte – incontrava dei pali dipinti a strisce oblique bianche e nere, che segnalavano il confine nazionale.
In tutta la sua vita, il giovane studioso non era mai stato così vicino al confine. Ancora non riusciva a credere che la terra della sua patria finisse proprio in quel punto, e che poco più avanti iniziasse il territorio di uno stato vicino.
La scena era proprio come quelle che, talvolta, descrivevano i giornali: da un lato, le macchine procedevano su un’ampia strada in piano. Dall’altro, su un sentiero stretto, si muovevano persone sugli asini o a piedi. Le donne portavano i loro carichi sulla testa e, bilanciandosi con il movimento del proprio corpo, camminavano svelte. Si dice che gli abitanti del villaggio dall’altro lato del confine siano per lo più tagìchi, perché in passato non esisteva un confine nel senso in cui lo intendiamo oggi. Fin dall’antichità la stirpe dei tagìchi si è sparsa in tutto il mondo.
Per un attimo, Said Amon si era scordato che stava andando da Munavvarshoh. Si era fermato e osservava con interesse il sentiero stretto e pericolante che avevano costruito sul fianco dritto della montagna, al di là del fiume. Proprio come la rondine pian piano prende l’argilla nel becco e costruisce la sua tana contro un muro, così la gente abile e intrepida, riuscendo nell’impresa di piantare dei pali di legno nella pietra dura e di legarci sopra bastoni, erba secca e paglia, ha costruito un passaggio in confronto al quale il leggendario ponte Sirat è una cosa da niente. Stando attenti a non mettere il piede sulla parete della montagna, si riusciva ad attraversarlo. Ma la gente, abituata alle difficoltà, attraversava quel ponte in fretta, con gli asini carichi di borse.
Il turbolento Panj arrivava, ribollendo, alla fine del suo percorso infinito, e né si dispiaceva di quanto fosse stretta una strada, né era grato di quanto fosse larga l’altra.
Said Amon sentì rumore di passi e si girò. Si stavano avvicinando due guardie di frontiera. Quello di grado più alto fece il saluto militare. Ancora prima che dicesse qualcosa, Said Amon aveva tirato fuori i suoi documenti.
«Non è necessario», disse la guardia di frontiera. «Sappiamo chi siete».
Il giovane studioso fissò le guardie con aria interrogativa, come se chiedesse: “E allora cosa volete?”.
«Stare fermo così a lungo davanti a una terra straniera, perso nei propri pensieri, non…», disse quello di grado più basso, e lanciò un’occhiata al suo comandante.
«Non è possibile?», chiese Said Amon, terminando al posto suo la frase incompleta.
«Non va bene».
«Stavo guardando il sentiero. Ne avevo sentito parlare, ma non lo avevo mai visto».
«Non importa. Non va bene neanche guardare così a lungo il sentiero. Anche quello appartiene a loro», disse quello di grado più alto, terminando qui la conversazione, e dopo essersi portato la mano alla fronte, continuò per la sua strada.
…una barca comparve sul bordo della strada. Su entrambe le sponde del fiume erano state piantate, per fare ombra, file di noci, di meli e di altri giovani alberelli. Said Amon si ricordò di quello che gli aveva detto la gente e pensò che forse quelli erano proprio alcuni degli alberi piantati da Munavvarshoh, perché nei dintorni non si vedevano case.
La barca era ancorata sull’altra sponda. Non era piccolissima, e se li avessero sistemati bene, ci sarebbero potuti entrare due furgoni o un gregge di pecore. Il conducente era sulla barca, seduto su uno sgabello con la testa china, a intagliare qualcosa in un pezzo di legno.
Said Amon lo guardava da lontano e tra sé e sé pianificava come lo avrebbe conosciuto, da dove avrebbe iniziato la conversazione, e in che modo avrebbe raggiunto il proprio obiettivo. Poi, le catene della barca tintinnarono. Munavvarshoh la condusse verso di lui. La barca, oscillando come un’altalena, proprio come un’altalena, sulle onde smeraldo del fiume, raggiunse quella sponda in circa due minuti e ancorò al molo il suo lato sinistro, a cui era stata legata una fila di pneumatici per poter arrivare dolcemente a riva.
Munavvarshoh fece un gesto a Said Amon che voleva dire “prego”. Il giovane studioso si avvicinò e lo salutò, lui gli fece un mezzo inchino, poi sciolse le catene con cui aveva ormeggiato a riva e tornò al timone. La barca, tremando all’attacco delle onde rapide, raggiunse l’altra sponda.
Munavvarshoh era un uomo di media statura, robusto e con la pelle chiara. Aveva da poco tagliato la barba, e sotto il suo naso dritto e appuntito aveva dei baffetti squadrati. Nel suo aspetto, nei suoi occhi gentili che ricordavano quelli di una pecora, nei suoi comuni abiti da operaio, non c’era quel qualcosa di straordinario, che il giovane studioso immaginava ascoltando la melodia del suo strumento.
Nonostante il suo aspetto comune, nel viso di Munavvarshoh c’erano un’espressione, una luce, che risvegliavano immediatamente un forte interesse nel cuore di chi lo guardava. Sì, lui era impegnato nel suo lavoro quotidiano, conduceva il normalissimo timone di una normalissima barca; ma il suo sguardo, insieme al dignitoso movimento del capo canuto, testimoniava che in quel momento era assorto in pensieri che non somigliavano affatto a quelli degli altri. Guardava la sponda, Said Amon – il suo unico passeggero –, le onde del fiume, la barca, il cielo e la terra allo stesso modo: con uno sguardo benevolo e un po’ triste, con un mezzo sorriso forzato che appariva al momento stesso gentile e infelice.
Said Amon, che grazie al suo lavoro aveva imparato a parlare subito con estranei e a entrarci in confidenza, non riuscì ad avvicinarsi a quest’uomo più dei quattro, cinque passi che li separavano. Inoltre, gli tornarono in mente la quartina di Hiloli recitata dal tipo biondo e la sua enfasi, e non trovò il coraggio di parlare.
La barca raggiunse l’altra sponda, ormeggiò, e il giovane studioso, dopo aver ringraziato Munavvarshoh, scese e iniziò a camminare in una direzione che non aveva alcun bisogno di prendere. Quando la barca sparì alla vista, si sedette sul bordo della strada ad aspettare che passasse una macchina. Da lì tornò al villaggio a bordo di un camion, seduto tra gli operai addetti alla riparazione della strada. Al timone della barca non c’era Munavvarshoh. La conduceva un uomo con una mano sola, più giovane di lui.
* * *
«Ah, ospite, fratello, vieni. Prego, siediti. Hai visto Munavvarshoh? Non gli hai chiesto niente? Ma come! Se non riesci a parlare con la gente come fai a raccogliere i proverbi? Va bene, te la racconto io la sua storia», disse l’uomo biondo a Said Amon la sera successiva, dopo averlo accolto in modo ospitale.
Perché non te l’ho raccontata l’altra sera? Non volevo che ci stessi male. So che oggi l’hai chiesta a due vecchi, e nessuno ti ha risposto. Sei andato da lui in persona, e non hai ottenuto niente. E ora vieni da me per fartela raccontare. No, ospite, fratello, scherzo, ti prendo in giro. Dovevamo discuterne. Munavvarshoh non è il nostro capo né il nostro comandante, ma lo rispettiamo. Se qualcuno chiede qualcosa su di lui, come prima cosa noi ci consultiamo; se pensiamo sia necessario rispondiamo, altrimenti diciamo che non sappiamo nulla, e tanti saluti. Questa è la nostra regola. Bisogna consultarsi con Davronbek. Lui è mio cognato, ma lo considero persino un fratello, perché il suo affetto è più grande di quello di cento fratelli messi insieme.
Donna, porta del tè e apparecchia la tavola, dai! Ecco, per nostra fortuna c’è anche mia cognata a casa. Bene, oggi hai visto il ponte sul Panj? Hai visto anche il confine? Che Dio ti benedica! Che anno era ventisei anni fa? Giusto, il 1940. Un tempo il nostro villaggio e quello sull’altra sponda del Panj erano quasi un villaggio unico. Non c’erano ostacoli oltre al fiume. La gente dava in sposa le proprie donne all’altro villaggio e prendeva in sposa donne provenienti dall’altro villaggio. In seguito, fu necessario chiudere il confine, perché noi abbiamo intrapreso una strada nuova, mentre loro continuavano a percorrere quella vecchia. Ma, diciamocelo, anche se le guardie di frontiera lo controllavano, i legami di parentela non si ruppero all’improvviso. Non è cosa da tutti attraversare le acque burrascose del Panj. Ma nella nostra terra non mancano impavidi nuotatori. In occasione di matrimoni e funerali, calato il buio, attraversavano il fiume, si fermavano uno o due giorni e poi tornavano indietro. E anche se gli anziani del villaggio lo sapevano, fingevano di no, perché sapevano che non dovevano tradire i nostri giovani eroi. Se invece avessero scoperto che qualche malintenzionato attraversava il fiume con lo scopo di contrabbandare cherosene o vino sull’altra sponda, allora lo avrebbero fermato immediatamente. Con gli altri non interferivano.
Ah, sì, a proposito di Munavvarshoh. Si accasò nel 1940. Lei era una bella ragazza, e si chiamava proprio come lui – Munavvarbegim. Si innamorarono l’uno dell’altra, si sposarono e misero su famiglia. Ebbero un bambino. Ma prima del matrimonio si diffuse il pettegolezzo secondo il quale Munavvarbegim era stata promessa in sposa fin da piccola a un tale di nome Manzarbek, sull’altra sponda del fiume. Questa voce non rimase in giro a lungo, perché fu noto a tutti che quell’ometto, cioè Manzarbek, era sposato da tre anni. Nonostante ciò, qualcuno diceva che Manzarbek aveva giurato che se Munavvarbegim non fosse stata sua, avrebbe fatto calare le tenebre sulle giornate luminose di tutti. Nessuno gli credette, perché Manzarbek si comportava secondo le vecchie leggi, e alla nostra gente le sue minacce sembravano ridicole.
La notte del matrimonio, ospite, fratello, accadde qualcosa di brutto. Lo sposo e i suoi amici furono travolti da una frana mentre attraversavano quel sentiero così stretto. Uno dei nostri giovani fu colpito alla spalla e restò invalido, trascorse diversi mesi ricoverato in ospedale. Gli altri raggiunsero sani e salvi la casa della sposa. Non restò che pulire la terra dal viso dello sposo e fargli indossare abiti nuovi. Beh, dicevamo, la vita non va avanti senza sventure. Nelle nostre montagne frane e valanghe non sono una novità. Tutto passò e fu dimenticato.
La cosa importante era che quei due giovani avessero ottenuto la propria felicità. Grazie a Dio, quando i genitori di Munavvarshoh parlavano della nuova sposina, sembrava che dalle loro labbra uscisse zucchero. Erano infinitamente felici e grati. Quella sventurata sposa era bellissima. Certo, la bellezza esteriore è una caratteristica di molte donne. Ma la bellezza interiore di Munavvarbegim non aveva pari. Diciamo che suo marito era, a dir poco, il giovane più felice di questa regione.
Sì, ospite, fratello, fu un vero peccato ciò che accadde. Passò un anno, e un bel mattino ci alzammo tutti col piede sinistro, e ci sembrò di dover ricevere brutte notizie. Munavvarshoh era andato a caccia un giorno prima, e, di notte, degli sconosciuti fecero irruzione nella sua casa, legarono il suo bambino, lo avvolsero in una coperta e lo gettarono in un angolo, poi legarono sua moglie e fuggirono portandola con sé.
In quella mattinata limpida, noi, la gente del villaggio, ci riunimmo sul luogo della tragedia, e stavamo lì impalati senza sapere cosa fare. I bambini andarono di qua e di là, e dopo un po’ tornarono e dissero che Munavvarbegim era stata portata sull’altra sponda del fiume.
Munavvarshoh arrivò al tramonto. Nel suo viso sempre rosso non scorreva più sangue, e il suo colorito era diventato azzurrognolo. Ci aspettavamo che sarebbe uscito subito dalla casa vuota e che avrebbe urlato verso il cielo. Invece prese il figlio tra le braccia, lo tenne stretto al petto per un minuto, poi lo affidò a sua madre.
«Signore», disse venendo da me, «Per due, tre giorni prendi il mio cavallo e dammi il tuo».
Gli tremava la mandibola, e per qualche ragione chiudeva gli occhi e rimaneva così a lungo. A volte non li apriva neanche mentre camminava.
Non vedemmo più Munavvarshoh. La gente diceva di averlo visto proprio quel giorno nell’ufficio delle guardie di frontiera. Da quel momento, nessuno lo aveva più visto.
Il giorno successivo, ai piedi del villaggio di Barushon, nel punto in cui il Panj, come per prendere fiato, placa i suoi flutti e scorre calmo come i placidi fiumi delle steppe, dalle acque venne ripescato il corpo di Munavvarbegim.
Riportammo al villaggio quella bella sposa, quella madre sventurata, e le demmo sepoltura. Proprio quel giorno suo fratello, Davronbek, che aveva quindici anni, sparì dal villaggio. Sì, ospite, fratello, ci capitavano un fatto misterioso dopo l’altro e non riuscivamo a comprenderli, né a capire come fossero collegati tra loro.
Il giorno seguente arrivarono nel nostro villaggio dei soldati provenienti dall’altra sponda del fiume. Con loro c’erano il comandante del nostro avamposto, due o tre ufficiali e alcuni soldati e funzionari del distretto. Il comandante delle truppe, con il turbante che gli pendeva mollemente sulla schiena, camminava nervosamente davanti all’ufficio del consiglio del villaggio, parlando ad alta voce con un tono accusatorio. Noi, gente del villaggio, dopo aver affidato le discussioni ai nostri funzionari e ai nostri comandanti, osservavamo la scena da lontano. I nostri uomini si rivolgevano con gentilezza all’ospite infuriato, ma la sua rabbia divampava sempre di più, ora metteva la frusta nella sua larga cintura, ora, alzandola sopra la testa in modo minaccioso, gridava. Nella mano sinistra teneva il pugnale di Munavvarshoh, che riconobbi bene dalla nappa rossa e dai motivi del fodero.
Da questa discussione, capimmo che due sere prima Munavvarshoh era andato sull’altra sponda e aveva ucciso Manzarbek.
Una settimana dopo Davronbek mi riportò il mio cavallo. La gente del villaggio e i funzionari gli chiesero in ogni modo dove fosse Munavvarshoh, dove fosse stato lui, e così via. Il ragazzino disse solamente che, nella notte delle nozze, la frana era stata causata da Manzarbek. Manzarbek aveva rapito sua sorella e l’aveva portata sull’altra sponda con una canoa. Munavvarbegim stessa si era gettata nelle fauci del Panj dal sentiero di Rostkamar.
Cosa pretendere da un ragazzino di quindici anni, ospite, fratello? Lo interrogarono per un mese, lo trascinarono di qua e di là, ma lui non disse mai, proprio mai, dove fosse andato il marito di sua sorella.
Poi iniziò la guerra. Tutti i giovani partirono, e partii anche io. Più della metà di noi non tornò. Nel terzo anno di guerra partì anche Davronbek, e tornò senza una mano. Solamente dopo la guerra raccontò nei dettagli la storia sanguinosa di quella notte di vendetta. All’inizio, Munavvarshoh era andato di corsa in ogni tipo di ufficio, e aveva chiesto che Manzarbek fosse punito secondo la legge. Ma aveva compreso che era una cosa troppo difficile e intricata, quasi impossibile. Allora non era riuscito più a trattenersi, e di notte aveva attraversato il fiume. Aveva trascinato Manzarbek fuori dalla sua casa, gli aveva legato mani e piedi e lo aveva portato fino alla riva del Panj. Lì, in un campo, lo aveva slegato, gli aveva messo in mano un’arma, e lo aveva ucciso in un duello alla pari.
Dopo aver sentito la storia, la gente perdonò il peccato di Munavvarshoh. Alla fine, nella nostra terra, ospite, fratello, l’omicidio non ci appartiene. Ecco, vai, chiedi a un vecchio di cent’anni se ha mai sentito che un uomo del Badakhshon abbia mai tolto la vita a qualcuno per denaro o per una proprietà. Anche se un fatto del genere succede, succede una volta ogni duecento anni. Non lo so, ospite, fratello, non sono uno studioso, non riesco a spiegare il perché. Immagino che la ragione sia questa, che il Pamir è il tetto del mondo. E il tetto del mondo deve essere diverso da tutto il resto. O no?
Munavvarshoh arrivò nel villaggio nel 1946. La gente lo accolse con gioia. Era come se non fosse mai accaduto niente. La prima cosa che fece Munavvarshoh fu costruire una casa più in alto della nostra, proprio dove sta ancora oggi. Fece trasferire sua madre e suo padre con suo figlio. Lui non tornò più nella sua vecchia casa.
Fino a quel momento, sembrava che gli anziani si fossero completamente dimenticati della tragedia. Bene, dopotutto, ospite, fratello, mettiamo che se non se lo fossero dimenticato, ma cosa avrebbero potuto fare? Qual è la colpa di Munavvarshoh? Non sappiamo cosa decreta la legge in merito, ma il verdetto della gente è che lui non è colpevole. Si sparse la voce che Manzarbek fosse un uomo molto ricco e avesse avversari potenti. Che Dio ci perdoni, certe voci sfuggono proprio di mano.
Un giorno venne un poliziotto originario del nostro villaggio, e riconsegnò a Munavvarshoh il suo pugnale. Non so se in quella notte di vendetta abbia lasciato il pugnale sull’altra riva di proposito o per errore. In seguito, lo avevamo visto tra le mani del soldato infuriato. Il poliziotto, a modo suo, voleva fare del bene, e quindi lo aveva riportato. Perché ora che quelle faide erano finite, quel pugnale era l’unica prova materiale, l’unico testimone della tragedia. Ora non serve più, prendilo e vivi in pace.
A quel punto Munavvarshoh andò laggiù, di fianco al cimitero. Da lì lanciò il pugnale nelle acque del Panj. Poi, per qualche giorno non uscì di casa. Chiedemmo a Davronbek, e lui disse che era malato. Quando tornò in salute, come prima cosa lavorò in una fattoria collettiva, poi l’andirivieni di macchine a Tangob aumentò e costruirono una grande barca. Sia lui che Davronbek divennero timonieri.
Munavvarshoh suole partecipare agli eventi e alle cerimonie del villaggio. Ma è diventato completamente un’altra persona. È come se avesse perso la sua voce. Risolve facendo capire cosa vuole a gesti. Se alla fine è necessario, sussurra una o due parole a bassa voce come una ragazzina timida.
Abbiamo saputo di più sulla vita di Munavvarshoh perché lo abbiamo chiesto a Davronbek. Ascoltammo da suo cognato tutte le sue vicende: dove era andato in quei quattro anni di guerra, come aveva partecipato alle battaglie e come era rimasto tra le fila dell’esercito un anno più a lungo del necessario.
Il primo anno Munavvarshoh suonava il flauto. Saliva in cima alla gola, o trovava un angolino appartato sulla sponda, e suonava per ore, alleviando un pochino il suo cuore ferito. Poi passò al rubob. Negli ultimi anni ha suonato il setor. Quello che suona ora lo chiamo setor, ma in realtà ha cinque o sei corde. Non so come si chiami questo strumento. La gente dice che bisogna chiamarlo “lo strumento di Munavvar”, o “lo strumento di entrambi i Munavvar”, perché il maestro lo ha fatto costruire appositamente secondo sue istruzioni e sono anni che lo suona solo per raccontare la storia dei due Munavvar.
Cos’altro posso dirti, ospite, fratello? Da dove ha iniziato a piantare alberi? Prima ha piantato due platani davanti alla tomba della moglie. Poi ha circondato il cimitero con un muro di alberi altissimi. Poi pare che ci abbia preso l’abitudine. Appena torna dalla barca, mangia qualcosa e poi con una pala in spalla va a prendersi cura dei suoi alberelli. Il boschetto nel cortile della scuola, i ginepri sulla riva del canale, la foresta ai due lati del passaggio di Tangob – tutto è rigoglioso per il lavoro di Munavvarshoh.
Ah, davvero, c’è mancato poco che mi scordassi del suo matrimonio. Otto anni fa era come se la gente del villaggio non facesse altro che pensare al dolore di Munavvarshoh, e voleva farlo sposare una seconda volta. “Alla fine, quello che non doveva accadere è accaduto, a cosa serve consumarsi dal dolore, straziarsi anima e corpo? Mohbegim è una giovane vedova di venticinque anni ed è assolutamente perfetta per Munavvarshoh. È educata e amichevole. Anche Munavvarshoh, dopotutto, ha compiuto quarantaquattro anni, e per il suo profondo dolore gli si sono imbiancati i capelli sulla testa. Questo suo vagare lamentandosi e soffrendo proprio come Majnun non piace né a Dio, né ai suoi fedeli…”.
Parlavano così i saggi del villaggio. Ma c’erano anche delle malelingue che dicevano malignità sul povero Munavvarshoh. Dicevano che era malato e che non gli interessano più le donne.
Munavvarshoh disse di no per molto tempo, ma poi, incapace di resistere ai consigli e ai desideri della gente, accettò. Conosci tu stesso i saggi del villaggio, ospite, fratello, se si prendono l’impegno di fare qualcosa, non si danno pace finché non l’hanno realizzata al duecento per cento. Oltre a questo, le voci denigranti e maligne erano arrivate, apparentemente, anche alle orecchie di Munavvarshoh, cosa che contribuì al suo ripensamento. Celebrammo un piccolo matrimonio. Anche Davronbek partecipò.
Il giorno dopo il matrimonio non si sentì il suono del suo strumento. Tra noi e noi dicemmo che il cuore ferito del nostro musicista era ormai guarito. Chi, in questo mondo, alla fine non dimentica? Nessun dolore umano è incurabile.
Ma ci sbagliavamo. Non passò una settimana intera, che di nuovo si levò la melodia delle corde. La prima notte, lo strumento di Munavvar arrivava piano piano, come se si stesse trattenendo. Ma la notte successiva comparve con la stessa forza di prima, schiudendo le sue ali colorate e librandosi in volo nella gola, ed echeggiò di nuovo sulle montagne intorno al nostro piccolo villaggio.
Noi, fratello, ospite, restammo a bocca aperta per lo stupore. Non sapevamo se essere tristi oppure felici.
Una volta, nel bel mezzo della notte, sono uscito in cortile. Mia moglie e i miei figli dormivano. Tutto il villaggio era ubriaco di sonno. Ma dall’alto giungeva la voce di Mohbegim. Ascoltai lei che urlava: «Perché non dimentichi? Non puoi? Perché non puoi?». La voce di Munavvarshoh invece non si sentiva. Poi si sentì il tonfo della porta a vetri che sbatteva, e dopo un attimo si levò uno strano frastuono, come se qualcuno, con tutta la sua forza, avesse affondato una grande ascia in una roccia o nel tronco di un albero e lo avesse spaccato in due.
Il giorno venimmo a sapere che Mohbegim aveva sbattuto il setor di Munavvarshoh, decorato con delle conchiglie, contro una delle colonne della veranda. Il setor si era rotto e lei era andata via di casa.
Per qualche giorno non vedemmo Munavvarshoh. Davronbek conduceva la barca dall’alba a notte fonda, svolgendo il lavoro di entrambi. Poi, qualcuno che veniva da Khorog disse di averlo visto davanti al teatro provinciale: insieme a lui, c’era un maestro esperto di strumenti musicali.
Questa notizia si rivelò corretta. Munavvarshoh arrivò con un nuovo strumento, persino più bello di quello prima, e con un suono più chiaro e più dolce.
Mohbegim sposò qualcun altro. Suo marito e suo figlio li conosci pure tu. Come, non lo sai? Ma come! Tu alloggi a casa di Mohbegim, o no? Ah, sì, ti ha invitato a casa loro suo marito, il maestro della scuola, giusto, giusto, perdonami.
Dunque, ospite, fratello, questa è la storia di Munavvarshoh. Noi, la gente del villaggio, non ci siamo più occupati del fatto che prendesse moglie o meno. Cosa posso dirti, ospite, fratello, l’essere umano nasce da sua madre, apre gli occhi e vede il mondo con chiarezza. Poi, nel corso della vita, ciò che gli accade intorno gli fa aprire gli occhi qualche altra volta, e ogni volta che li apre vede sempre meglio. Dobbiamo essere grati a Munavvarshoh per averci aperto gli occhi alla bellezza del mondo e del genere umano. Poi, che altro posso dirti, fratello, ospite…
* * *
Dopo aver parlato con un autista che conosceva, e organizzato il suo ritorno nel centro del distretto, Said Amon tornò alla casa di Mohbegim. Raccolse le sue cose e le gettò nella valigia. Si appese il registratore al collo. Ma nel profondo del suo cuore non voleva andarsene. “Mi piacerebbe ascoltare un’altra volta lo strumento di Munavvar”, diceva tra sé e sé.
Uscì in strada e andò a cercare il suo autista tra le persone sedute nella sala da tè. Lui gli arrivò alle spalle e gli toccò delicatamente un braccio.
«Signore», disse lui. «Perdonatemi, vi ho mentito. Che ne dite di partire stasera? I fari della mia macchina funzionano bene… Ho un amico qui. Devo restare ancora una o due ore».
Said Amon accettò di buon grado.
Appena fece buio, lasciò le sue cose nella sala da tè, e, attraversando giardini e campi, passando dietro ai muri di pietra o le recinzioni dei cortili, si avvicinò alla casa di Munavvarshoh. Si sedette sotto un grande noce che con i suoi rami forti pareva nascondere alla vista metà del cielo nella gola.
Munavvarshoh iniziò a suonare. La melodia delle sue corde iniziò a narrare del turbine dei sentimenti umani. Di nuovo quel fiume di suoni inebrianti si riversò nei cuori di chi ascoltava. L’ospite adesso conosceva la storia triste del musicista, il suo amore sventurato ma che era impossibile mettere a tacere, e per un momento gli parve di conoscere bene Munavvarbegim, la sua amata. Lei merita davvero questo amore infinito, questo amore disinteressato, puro, immenso. Lei era proprio della stirpe di Layla, di Shirin, di Kamadi, di Giulietta. Ha fatto bene il destino a legare la sua vita così breve, il suo breve periodo di matrimonio a un uomo come Munavvarshoh, ha fatto proprio bene, perché a lui è stata affidata anche la custodia della memoria di questa ragazza benedetta.
Per un attimo lo strumento di Munavvar tacque. A Said Amon passò per la testa che sarebbe stato bello se il musicista avesse suonato di nuovo quella melodia, quel lamento che aveva suonato la prima sera. Non c’era dubbio, Said Amon non avrebbe mai più sentito da nessuna parte quella musica, poiché apparteneva solo a Munavvarshoh e solo lui poteva suonarla.
A quanto pare, fu un giorno fortunato per il giovane studioso, poiché Munavvarshoh suonò proprio quel brano. Sì, ha ragione il biondo. Munavvarshoh rivela sempre segreti a chi lo ascolta. Ditemi, se le persone sapessero che qualcuno sta per raccontar loro dei segreti, chi non gli correrebbe incontro? Specialmente se ogni volta vi dicessero qualcosa di nuovo, e voi dopo averlo ascoltato sentiste che sì, avete imparato un mondo di cose nuove, e quella persona vi dicesse che ora imparerete altri cento, mille mondi…
La sua melodia giunse al termine. Said Amon sentiva la testa girare in modo leggero leggero, come si sente qualcuno appena uscito di casa in una giornata fresca e soleggiata.
Poco più lontano, l’erba frusciò e si sentì rumore di passi. Qualcuno si alzò, si tolse la terra di dosso e iniziò a scendere, camminando pensieroso. Said Amon dopo un attimo iniziò a corrergli dietro.
Sulla strada, alla luce dei lampioni, vide che quell’uomo era il suo autista. In viaggio, rimasero entrambi in silenzio per quasi mezz’ora. La macchina procedeva sulla strada stretta e pericolante, sfrecciando tra i tornanti. A destra gorgogliava il Panj. A sinistra, si ergevano rocce e montagne enormi, e a volte si affacciavano sulla strada, come se volessero avvicinarsi per sentire meglio il canto delle onde del fiume.
«Signore, quanto vi siete fermato qui?», chiese alla fine l’autista, interrompendo il silenzio.
«Tre giorni. Perché?».
«Niente. Sicuramente avete registrato la melodia di Munavvar».
«No. Questo registratore è solo per le conversazioni. La musica la registra male».
«Peccato. Finora nessuno l’ha mai registrata. Si dice che sette, otto anni fa sia venuto il signor Ghulomali».
«Intendete il compianto Ghulomaliev?».
«Sì, proprio lui. Munavvarshoh uccise il suo montone più grasso, e preparò un banchetto per Ghulomali e il suo entourage. Ghulomali, per ringraziare e onorare il padrone di casa, propose a Munavvarshoh, pensando che non avrebbe rifiutato, di unirsi al suo ensemble. Ma quando, alla fine del banchetto, Ghulomali fece la sua proposta, Munavvarshoh disse: “Ti rispetto come un fratello e un maestro. Hai portato l’arte della nostra piccola terra a tutta la gente della nostra Patria. Mille grazie. Ma, non arrabbiarti, io non posso andare da nessuna parte…”».
Proseguirono per un po’ senza dire nulla. Poi l’autista disse:
«Signore, io ho raccontato qualche volta la storia di Munavvarshoh a persone di altri posti, ma alcuni non ci credono. Cosa bisogna fare?».
«Niente. Raccontate questa storia alla gente che ci crede».
«Che crede in cosa?».
«All’amore. A un amore che ha un inizio, ma non una fine».
«Ma come fare a riconoscere queste persone senza parlarci?».
«Questo non lo so nemmeno io».
Entrambi tacquero di nuovo fino al centro del distretto. Nelle orecchie di Said Amon risuonava ancora la melodia dello strumento di Munavvar. Di tanto in tanto, gli compariva davanti agli occhi l’immagine di Munavvarshoh, seduto su uno sgabello sul ponte della barca, con la testa china, mentre intagliava qualcosa in un pezzo di legno, o intento a percorrere il sentiero stretto e accidentato del suo villaggio con una pala in spalla, mentre andava a prendersi cura dei suoi alberelli appena piantati…
